🍪
Passa al contenuto principale

Vacanze estive e piante da interno: la guida per farle sopravvivere

Vacanze estive e piante da interno: la guida per farle sopravvivere

Scritto da Massimo Tortorici, 24 Lug 2023. Pubblicato in Caffè Tropicale.

Mancano pochi giorni al mese di agosto, il mese in cui da sempre, per tradizione più o meno imposta, molte italiane ed italiani vanno in vacanza. Di solito ci si concentra sulle valigie e su tutto quello che serve per godersi al meglio la destinazione scelta per le vacanze. Per alcune/i di noi però c’è una preoccupazione in più: come mi organizzo con le piante? Eh già, quello della gestione delle piante di casa nostra, durante lunghi periodi di assenza in stagioni calde come quella estiva, può essere un problema angosciante. Dopo mesi di duro impegno per far rendere al meglio le nostre amiche verdi ecco che arriva il momento della verità, quei 10-15-20 giorni in cui loro dovranno cavarsela senza di noi. In questo articolo, cercheremo di condividere qualche suggerimento utile affinchè le vostre piante da interno possano superare al meglio la vostra “assenza per ferie (estive)”.

Regola numero 1: garantire una certa quantità di luce

In molti quando partono hanno l’abitudine di abbassare le serrande o di chiudere le persiane. La sicurezza delle nostre case prima di tutto, già, ma mettiamo in sicurezza anche le nostre piante! Se proprio dovete chiudere tutto, cercate di lasciare una o più stanze con serrande o persiane belle aperte, posizionando lì tutte le piante che avete in giro per casa. La luce è fondamentale per la salute delle piante; passi uno o due giorni senza, ma oltre si rischia che marciscano rapidamente. Il motivo è semplice: che voi le innaffiate prima di partire, o che mettiate in piedi uno dei metodi descritti più avanti, la pianta rimarrà di colpo senza luce per fare la fotosintesi; le radici non lavoreranno, il terreno rimarrà bagnato e la pianta saluterà questo mondo. Quindi, più luce possibile per favore.

Regola numero 2: mitigare la temperatura ambientale

Strettamente collegato al tema “luce” spesso c’è quello delle temperature. Se l’ambiente in cui abbiamo la maggior parte delle nostre piante, ad esempio, è esposto al sole per tutto il pomeriggio, o se per caso ci troviamo all’ultimo piano di una palazzina e il nostro appartamento tende quindi a riscaldarsi un po’ di più, bisogna prendere delle contromisure. Per prima cosa bisogna far entrare l’aria in casa da uno o più punti. Dove possibile quindi, lasciate finestre e serrande o persiane aperte, sempre mantenendo il livello di sicurezza che preferite, sia chiaro. L’ambiente beneficerà di eventuali giornate ventose e comunque della maggior freschezza notturna.

Un’altra buona idea poi può essere quella di incrementare l’umidità nell’ambiente. Ci sono due modi, principalmente, per farlo:

1) distribuire in giro per l’ambiente più sottovasi pieni di argilla espansa bagnata, un ottimo metodo fai-da-te per aumentare l’umidità ambientale, come spiegato in questo articolo

2) usare un umidificatore automatico, e cioè un apparecchio capace di umidificare l’intero ambiente, che sia soprattutto governabile da remoto, tramite smartphone

Sembra una sottigliezza, ma quei 2 gradi in meno e quel briciolo di aria che entra costantemente in casa, potrebbero risultare fondamentali per la sopravvivenza delle vostre piante.

Regola numero 3: fare un pre-trattamento anti ragnetto rosso

Quando si tratta di caldo e aria secca, il pericolo numero 1 in fatto di parassiti è lui, il ragnetto rosso. Come spiegato meglio in questo articolo, l’infestazione del ragnetto rosso è molto subdola e pericolosa: all’inizio non ce ne accorgiamo, ma poi, quando questo accade, la pianta è già compromessa e bisogna intervenire pesantemente. Meglio fare il più possibile prevenzione quindi. Anche se nebulizzate spesso dell’acqua sul fogliame delle vostre piante, metodo tanto buono quanto semplice per tenere lontano il ragnetto rosso, potete comunque passare al livello successivo, vale a dire utilizzare un anti-parassitario biologico, come l’estratto di ortica. Facendo un trattamento pre-partenza sul fogliame delle vostre piante, nel migliore dei casi avrete in qualche modo stroncato sul nascere un’eventuale infestazione di cui non vi siete ancora del tutto accorte/i; nel caso in cui non ci fosse alcuna infestazione in atto, trattandosi di un unico trattamento fatto con un prodotto biologico, non ci saranno particolari effetti collaterali.

Regola numero 4: non affidare le proprie piante a plant-sitter improvvisate/i

Siamo alla parte più importante in assoluto: le bagnature. Troppa poca acqua potrebbe provocare importanti stress idrici, seccume e, in alcuni casi, collassi irreversibili; al contrario troppe bagnature in un tempo relativamente ristretto, potrebbero rapidamente condurre a marciume. Per questo, se decidete di affidare le vostre piante ad un’amica o un amico, ad una vicina o a vostra madre, è importante che vi tariate sul loro grado di esperienza con le piante. Se le lasciate ad una persona esperta, magari anche più di voi, è bene darle poche indicazioni, per non urtare il suo orgoglio da comprovato pollice verde. Se lasciate le vostre piante ad una persona poco esperta, vale lo stesso la regola delle poche indicazioni, ma stavolta per non generare confusione o ansia. Meglio se riuscite ad arrivare al pre-partenza con tutte le piante appena bagnate e date istruzioni solo su quali piante bagnare e se farlo nell’unica visita che farà in vostra assenza o in una delle due, se sono previsti più sopralluoghi. Se avete studiato bene le esigenze delle vostre piante nel periodo estivo, potete anche provare a dosare le singole bagnature. Come? Semplicemente mettendo accanto ad ogni pianta da bagnare un barattolo, un bicchiere o una bottiglia con il quantitativo d’acqua necessario per la bagnatura. È un po’ da psicopatiche/i, ma la o il plantsitter poco esperta/o gradirà tantissimo.

E se non so a chi affidare le mie piante?

Beh, nel caso in cui non sappiate proprio a chi affidare le piante di casa vostra, non disperate, la soluzione c’è e ha un nome ben preciso: BLUMAT. Questa azienda austriaca ha brevettato un prodotto tanto semplice quanto efficace. Stiamo parlando di BLUMAT Classic, un semplice prodotto composto da un sottile tubo flessibile collegato ad un conetto di argilla. L’estremità del tubo va inserita in un recipiente pieno d’acqua, mentre il cono in argilla va inserito nel vaso della pianta. L’acqua verrà automaticamente aspirata e convogliata nel cono in argilla che la erogherà gradualmente all’interno del vaso. A seconda che posizioniate il recipiente di acqua più in alto o più in basso rispetto al vaso della pianta, il BLUMAT Classic erogherà acqua più o meno velocemente. È chiaro quindi che anche un sistema del genere va tarato in funzione delle piante sul quale viene impiegato: su una calathea cercherò di far erogare più acqua in una giornata, su un ficus elastica meno; su una monstera alta 1 metro e mezzo in vaso da 35 cm serviranno 2 BLUMAT, per un’Alocasia Amazonica in vaso da 20 ne basterà uno. Per quanto riguarda la capacità complessiva di acqua erogata durante tutto il periodo potete usare recipienti di “pescaggio” molto grandi, magari combinati con conetti più grandi, i BLUMAT Classic XL, capaci di erogare fino a 200 ml ogni 24 ore (la massima erogazione per la misura più piccola è di 150ml/24 ore).

Un’alternativa ancora più semplice agli ormai famosi conetti c’è e la propone sempre BLUMAT, vale a dire gli adattatori per bottiglie. Si tratta semplicemente dell’evoluzione ordinata e sicura del “metodo della bottiglia piena capovolta dentro il vaso”. Chi conosce e ha utilizzato questo metodo, sa bene che non sempre l’esito può essere dei migliori. Troppo poco “piantata a fondo” la bottiglia, troppo veloce sarà l’erogazione dell’acqua. Troppo ben piantata la bottiglia, più alto sarà il rischio che la terra possa creare un tappo naturale che ostruirà l’erogazione. Con gli adattatori di BLUMAT non ci sono rischi, a seconda che siano “normali” o XL sapete già quanta acqua verrà erogata. Il limite sta nel fatto che al massimo potrete montarvi sopra una bottiglia da 2 lt. Se avete bisogno di più capacità però ci sono sempre i famosi “conetti”.

Regola jolly: somministrare Algatron prima di partire

Avete mai sentito parlare dell’importanza degli integratori, multivitaminici o magnesio e potassio, nei periodi di caldo intenso? Bene, come noi, anche le piante possono beneficiare dell’aiuto degli integratori per superare al meglio i momenti di stress e/o per rinforzare la propria salute. Algatron di CIFO è il biostimolante che fa al caso nostro. Algatron, infatti, è un macerato di Alga Macrocystis, un’alga che contiene sostanze che aiutano ad aumentare la concentrazione di soluti all’interno delle cellule della pianta. Sintetizzando, utilizzando Algatron, la vostra pianta sarà più in grado di mantenere il giusto livello di idratazione al variare delle condizioni atmosferiche dei giorni successivi. Il che vuol dire che se lo utilizzate un paio di volte, durante le bagnature (si può somministrare anche insieme al concime) del periodo precedente alla vostra partenza, la pianta arriverà più forte e in grado di sopportare eventuale siccità, e in generale tutte le condizioni che potrebbero stressarla in vostra assenza. In questo articolo un quadro completo sui Biostimolanti.

Con questa chicca finale si chiude questo articolo. Se siete arrivate/i fino a qui, siete finalmente pronte/i più a passare delle belle vacanze, sentendovi più tranquille/i nel lasciare a casa, sole solette, le vostre amate piantine.


Altro in Caffè Tropicale

Continua a leggere

Come scegliere il vaso giusto per rinvasare una pianta

Come scegliere il vaso giusto per rinvasare una pianta

Scritto da Massimo Tortorici, 21 Feb 2023. Pubblicato in Caffè Tropicale.

Dimensioni, materiale, fori di drenaggio: tutti fattori da considerare nella scelta del vaso in cui rinvasare una pianta

È quasi primavera e, se state leggendo questo articolo, immagino non abbiate in cima alla vostra lista di cose da fare in casa, nè le pulizie straordinarie, nè il cambio di stagione. No. Piuttosto vorreste fare un giro al vostro vivaio o negozio di piante preferito e fare incetta di nuove piante! Una voce però, dentro di voi, simile a quella del grillo parlante, vi dice che, parlando di piante, dovreste pensare prima al dovere e poi al piacere. Il dovere, quando si parla di piante e si è, appunto, alle porte della bella stagione, è riassumibile in un unico termine: RINVASO. Che siate state/i per settimane in dubbio se rinvasare o no una o più piante, o che abbiate fatto finta di niente, cercando di ignorare quella pianta con il vaso di plastica chiaramente deformato dalle radici, il momento di verificare se fare o meno un rinvaso è arrivato. Già, ma il vaso ce l’avete? E quale vaso dovreste prendere? Quella del vaso in cui coltivare una pianta può apparire una scelta semplice e secondaria. In realtà è una scelta tanto importante quanto quella del substrato di coltivazione, anche perchè, in assenza di drammatiche emergenze, la vostra pianta starà lì dentro per almeno i successivi 12 mesi. Sulla scelta del substrato c’è già un interessante articolo da poter consultare; in quest’altro, quindi, snoccioleremo tutte le considerazioni che vanno fatte in modo da poter scegliere il giusto vaso per il giusto rinvaso.

Quando si rinvasa

Si è accennato alla primavera come momento per considerare il rinvaso. Questa è la stagione in cui si effettua questa operazione, in situazioni stabili e di calma per la vostra pianta. In situazioni di emergenza o necessità però,  non c’è tempo da perdere; leggete pure questo articolo per saperne di più.
In questa sede ci limiteremo a considerare la ragione “classica” alla base di un rinvaso, vale a dire la necessità di maggiore spazio per la pianta e le sue radici.  A differenza di quanto avviene in natura, infatti, le radici delle piante che teniamo in vaso, crescono in un ambiente ristretto. Ciò è piuttosto evidente se ad esempio, vediamo fuoriuscire le radici oltre i fori di drenaggio del vaso. Nei casi più gravi, se il vaso è in plastica, le radici possono arrivare a deformare il vaso (non auguro alle vostre piante di arrivare fino a questo punto). Non ravvisate nessuna di queste due situazioni, ma volete essere sicure/i la vostra pianta non abbia bisogno di un rinvaso? Bene, una volta l’anno provate ad estrarla dal vaso, a terreno semi-asciutto e date un’occhiata alle radici: se disegnano più cerchi tutto attorno al panetto di terra, allora la pianta va rinvasata.

Che succede se non intervenite? I possibili problemi sono due:

  • Marciume radicale: può originarsi nei casi in chi le radici che escono dai fori di drenaggio del vaso, stando anche spesso a contatto prolungato con ristagni d’acqua nel sottovaso.
  • Blocco della crescita: le radici non trovano più spazio per svilupparsi, la pianta gestisce i tessuti già esistenti, senza avere l’energia per lo sviluppo di nuovi.

Per fortuna, ci sono piante con radici più o meno veloci nella crescita, più o meno grandi, il che vuol dire che non dovrete stare a rinvasare tutto ogni primavera. Ci sono piante che si rinvasano anche ogni 3 anni. L’importante è farlo quando va fatto, e farlo scegliendo, appunto, il vaso giusto.

Le dimensioni del nuovo vaso

Il primo elemento da valutare, quando si effettua il rinvaso di una pianta per motivi di spazio, è la dimensione del nuovo vaso. La parola chiave da avere in mente è “gradualità”. Per tutte le piante, vale cioè la regola di scegliere, ad ogni rinvaso, un contenitore leggermente più grande del precedente. Roba di 2-3 cm di diametro in più. Questo vale anche per l’altezza. O meglio, l’importante è non prendere un vaso più basso del precedente. Se rinvasate perché le radici escono dai fori di drenaggio, beh, forse conviene prendere un modello di vaso che sia più alto, oltre che più largo. Insomma, ci siamo capiti: vaso più grande, ma di poco. Il motivo è semplice: se rinvasate la vostra pianta in un vaso più grande di quanto sia necessario, ci sarà più terriccio attorno alle sue radici, perché dovrete riempirlo, questo vaso. Il substrato si asciuga più facilmente in prossimità delle radici, che assorbono l’acqua e l’umidità. Dove non ci sono radici nelle vicinanze invece, resta umido, per giorni e giorni. Risultato: troppa umidità per la vostra pianta e marciume radicale e/o malattie fungine dietro l’angolo!

La forma del vaso

La forma è un elemento spesso più estetico che altro. A parità di volume, non ci sono grosse differenze in grado di incidere sulla qualità del rinvaso. La forma del vaso è però un elemento da valutare con molta attenzione nel caso di piante acquistate in vasi la cui forma magari non è la migliore possibile. Faccio un esempio: avete comprato un Pothos di piccole dimensioni, venduto in un vaso di forma cilindrica standard. Volete posizionarlo su una libreria, ma volete anche che il vaso non spicchi troppo in altezza, per rendere più gradevole il tutto. Ecco che, in questo caso, un vaso di forma “scodellare” va benissimo. L’importante, anche in questo caso, è che la forma più allargata rispetto al precedente vaso cilindrico non faccia sí che si crei troppo “substrato  vuoto”, non coperto da radici. È sempre questa la regola numero uno da tenere a mente. Se necessario quindi, portate un po’ più al limite l’estensione delle radici della vostra pianta, prima di procedere con il rinvaso.

Fori di drenaggio, sì o no?

Rispondo subito, perchè in questo caso non ci sono dubbi: fori di drenaggio SÌ! I fori di drenaggio sono fondamentali per la salute di qualsiasi pianta, da interno ed esterno, succulenta o no. La presenza di uno o più fori sul fondo del vaso garantisce maggior arieggiamento del substrato, maggior equilibrio nella temperatura all’interno dello stesso, ma soprattutto, ovviamente, drenaggio dell’acqua in eccesso. Certo, i fori di drenaggio non assicurano che il terreno abbia la giusta umidità; su questo dovete essere brave/i voi a scegliere o comporre il giusto substrato con i giusti elementi. Ma quando innaffiate troppo, l’acqua che il substrato di coltivazione non è in grado di trattenere scivolerà via. Volete usare un vaso senza fori di drenaggio? Auguri. Il ristagno idrico all’interno del vaso è causa di marciume radicale, e un vaso senza fori di drenaggio può portare più facilmente la vostra pianta in questa situazione. Dovrete stare sempre super attente/i a come, quando e quanto innaffiate e in inverno sarà molto difficile non commettere errori. Se volete a tutti i costi esporre la vostra pianta in un bellissimo vaso in ceramica, nessuno problema, usatelo come copri-vaso. Quando fate un rinvaso, scegliete cioè un vaso in ceramica in grado di contenere il nuovo vaso (con fori di drenaggio) in cui rinvaserete la vostra pianta. Non vi piacciono le matrioske? Benissimo, sbizzarritevi a decorare il vostro vaso in plastica o terracotta. Non ci sono regole, in questo caso.

Vaso in plastica vs. terracotta

Prima di mettere definitivamente da parte il vaso in ceramica, come valido contenitore da coltivazione, va fatta una precisazione: il problema non è il materiale, ma la presenza dei fori di drenaggio o no. In genere i vasi in ceramica non ne sono provvisti. In alcuni casi però, sono predisposti per averne uno. Che vi aiutiate con un cacciavite o con un trapano a punta sottile, potete crearlo voi, il foro di drenaggio. Ma fatevi un giro di tutorial su YouTube, se non volete ridurre in mille pezzi il vostro bel vaso di ceramica.
Fatto questo breve excursus, andiamo al nocciolo del paragrafo: la plastica non traspira per nulla, la terracotta traspira tantissimo. Dopo l’irrigazione, quindi, il vaso in terracotta “asciuga” l’acqua in eccesso non solo tramite i fori di drenaggio, ma anche tramite le pareti del vaso, che infatti diventano umide. Il substrato quindi si asciuga molto più velocemente di quanto non avvenga in un vaso di plastica, e questo è un vero e proprio toccasana per le piante grasse. Ovviamente, questa traspirazione porterà il vaso a “sporcarsi” nel tempo, a causa del calcare. La pulizia non può essere un problema. Per il resto, si sa, i vasi in terracotta sono più delicati, più pesanti, più costosi, etc. E se cascano da una superficie alta, tipo una libreria, possono fare bei danni. Caratteristiche molto simili a quelle dei vasi in terracotta le hanno i vasi in ceramica, anche se questi traspirano meno rispetto ai primi. Il mio schema preferito? Succulente nei vasi in terracotta (o ceramica con fori di drenaggio), tutto il resto in vasi di plastica.

Vaso trasparente o “colorato”

Ebbene sì, i più/le più fissati/e come me possono avere anche questo genere di dubbi, quando bisogna scegliere un vaso nuovo. Se volete un vaso “colorato”, la scelta generalmente sarà tra il color terracotta, il verde scuro o il grigio, fermo restando che potrete anche fregarvene se poi utilizzerete un bel coprivaso. Per i feticisti delle radici però ci sono anche i vasi trasparenti, esclusivamente in plastica. Apparentemente, l’utilità di questi vasi può sembrare solo quella di poter ammirare le radici e valutarne lo stato di salute. In realtà c’è un ulteriore vantaggio: poter capire meglio il livello di umidità del substrato. OK, non sarà fondamentale, ma posso assicurarvi che in inverno, quando è difficile capire e si sta tirando troppo la corda non innaffiando quella Alocasia o quel Filodendro, poter guardare come stanno messi substrato e radici è molto utile. E poi, se la pianta ha bisogno di un rinvaso perchè ormai le radici sono ovunque, beh, ve ne accorgerete subito.

Vasi auto-irriganti

Non sono un grande amante di soluzioni di questo tipo; altrimenti non avrei mai cominciato a scrivere articoli in cui provo ad aiutare aspiranti pollici verdi, condividendo la mia esperienza. I vasi auto-irriganti promettono di rendere facilissima l’irrigazione, tramite sistemi che distribuiscono l’acqua gradualmente, facendo inoltre capire quando non c’è per niente bisogno di innaffiare o quando è il momento di farlo. Bello vero? Beh, io preferisco gestirmela da solo la questione “irrigazione”. Ma se per qualche particolare motivo non potete stare dietro alle vostre piante con frequenza e costanza (tipo nei casi in cui fate spesso trasferte di lavoro lunghe), beh, forse un vaso auto-irrigante è quello che ci vuole, almeno per le piante più problematiche. Lechuza produce un ottimo modello, con tanto di substrato Lechuza incluso. Potete partire da questo, per farvi un’idea.

Considerazioni Finali

Insomma, vista la lunghezza di questo articolo, e dal momento che si parlava di “vasi”, una cosa è certa: non esistono argomenti banali o secondari, quando si parla di tecniche di coltivazione di piante in casa. Anche la scelta del vaso giusto per un rinvaso, è rilevante; non scegliere quello giusto può portare a situazioni di grande rischio per la salute della vostra pianta. Scegliete bene, quindi.


Altro in Caffè Tropicale

Continua a leggere

Perchè la mia Alocasia perde le foglie?

Perchè la mia Alocasia perde le foglie?

Scritto da Massimo Tortorici, 18 Gen 2023. Pubblicato in Caffè Tropicale.

Le principali cause di decadimento delle foglie di un’Alocasia e le relative soluzioni.

Le Alocasie sono tra le piante d’appartamento più in voga negli ultimi anni. Amazonica, Melo, Frydek, Macrorrhiza, Pink Dragon, Zebrina…se questo articolo ha attirato la vostra attenzione, sicuramente avete una o più tra queste splendide varietà di Alocasia. Le avete acquistate perchè le sue (o le loro) foglie vi hanno fatto impazzire, così grandi, con venature marcate, vellutate (a seconda della specie). Già, ma che succede quando le foglie delle vostre Alocasia cominciano a cadere? Essendo questa una situazione che si verifica soprattutto nei mesi freddi, si tratta di un processo fisiologico, o c’è qualcosa che non va? Potete fare qualcosa per migliorare le condizioni delle vostre Alocasia? In questo articolo si cercherà di rispondere a questi interrogativi, approfondendo tutte le cause che possono portare le vostre Alocasia a perdere le foglie, suggerendo rimedi possibilmente utili ad evitare di ritrovarci con una pianta con una foglia sola.

Condizioni ideali per far crescere un’Alocasia in casa (e limitare la perdita di foglie)

Le Alocasia sono piante dal portamento eretto. Hanno origine da un rizoma, dal quale parte anche l’apparato  radicale. Le foglie sono piuttosto grandi, se paragonate al fusto. Per mantenere ciascuno foglia, un singolo rizoma di Alocasia ha bisogno di parecchia energia e soprattutto ha bisogno che tutte le condizioni ambientali siano a livelli ottimi e in equilibrio tra loro. Quali sono queste condizioni? Per rispondere a questa domanda, basta pensare a come e dove vive in natura: foreste pluviali, in particolare nel sotto-bosco, affondando le radici in substrati molto areati e umidi, ad una temperatura che oscilla tra i 20 e i 30 gradi. Quindi, che le condizioni ideali per la crescita (in salute) di un’Alocasia sarebbero:

  • Almeno 12 ore di luce forte indiretta ogni giorno
  • Temperature medie intorno ai 24-25 gradi
  • Substrato costantemente umido, ma al tempo stesso ben drenato e arieggiato
  • Umidità circostante compresa tra il 60 e l’80%
  • Foglie costantemente pulite (in natura ricevono pioggia quasi ogni giorno, auto-pulendosi e drenando l’acqua in eccesso tramite gli apici fogliari

È chiaro che riuscire a mantenere per tutto il tempo delle condizioni ideali è qualcosa di molto difficile. Se lo squilibrio tra queste voci è minimo,  l’impatto a livello fogliare sarà minimo. Maggiore (e più prolungato nel tempo) sarà lo squilibrio, maggiore sarà la probabilità che le vostre Alocasia comincino a manifestare il proprio disagio tramite caduta di più foglie.

Quando la caduta delle foglie non deve preoccupare

Fatta questa bella premessa, capite bene che in inverno, o comunque nei nostri mesi freddi, noti come “periodo di riposo”, qualche foglia le vostre Alocasia la perderanno, è fisiologico. L’importante è che si tratti di episodi sporadici e molto distanziati tra loro. In generale, un fusto di Alocasia che perde fino al 50% del proprio “patrimonio fogliare” ci può stare durante un autunno-inverno passato in vaso dentro un appartamento. Più lentamente vi avvicinerete a questa soglia, più potrete fare sonni tranquilli. Se però già ad inizio novembre le vostre Alocasia hanno raggiungo questa soglia, perdendo una foglia ogni 10-15 giorni, beh, forse è il caso di preoccuparsi un po’, ricercare l’origine del problema, e intervenire.

Troppa acqua

La causa numero uno, la più comune in assoluto responsabile della perdita di foglie per un’Alocasia,  è  l’eccesso di irrigazioni. O meglio, un substrato che rimane troppo umido, direi bagnato, per troppi giorni. Le cose sono due: o avete annaffiato troppo e troppo spesso, o la vostra Alocasia è coltivata in un substrato inadatto, poco arieggiato e che trattiene troppa acqua; oppure sono vere entrambe le condizioni. Quella che è certa è la conseguenza: foglie arricciate, o con fusti abbassati, che ingialliscono rapidamente e, a quel punto, facilmente asportabili. Sicuramente c’è anche del marciume radicale; bisogna vedere se questo marciume ha innescato anche delle malattie fungine. Per affrontare la situazione dovete cercare di ripristinare il più velocemente le condizioni ideali per la vostra Alocasia, in termini di umidità del terreno. Fate pure riferimento a questo articolo per tutti i dettagli. Se poi volete comprendere meglio perchè un’aracea come l’Alocasia ha bisogno di un substrato di un certo tipo e quali elementi utilizzare per comporlo, date un’occhiata a quest’altro articolo.

Poca acqua

Magari siete già molto attente/i a non innaffiare troppo, ma non esagerate, e non dimenticate di mantenere un minimo umido il substrato delle vostre Alocasia. Potrebbe innescarsi il problema opposto a quello descritto in precedenza, ovvero secchezza. La conseguenza è sempre la stessa, radici danneggiate e foglie che cadono. Ovviamente in questo caso è molto facile individuare il problema, ed è altrettanto facile risolverlo. Innaffiate subito, procedendo per sub-irrigazione (facendole prendere l’acqua dal sottovaso) nel caso in cui il substrato sia particolarmente duro e secco. Nei casi più problematici, con un po’ di pazienza, dopo la nascita di nuove sane radici, la perdita di foglie si fermerà.

Temperatura

Anche le temperature sono importanti per la salute delle Alocasia. In inverno i pericoli principali sono le correnti d’aria fredda e i termosifoni. Nel primo caso, se vi piace arieggiare casa sempre e comunque, ok, è un’ottima idea; tenete conto però che le correnti d’aria fredda possono dare un bello shock, non solo alle Alocasia in  realtà, ma a tutte le altre piante tropicali che avete eventualmente in casa. Da evitare anche la vicinanza alla porta di ingresso, l’apertura/chiusura della porta ogni giorno non può che essere un pericolo per l’equilibrio termico. Nel caso facciate uso di termosifoni, beh, penso sia abbastanza condivisibile l’idea di non posizionare le vostre Alocasia (e non solo) a due passi da queste fonti di calore “infernali”. Se poi riuscite, usate proprio meno i termosifoni, l’umidità media degli ambienti sarà più congeniale alle vostre Alocasia; in alternativa, mettete in campo uno o più metodi utili ad incrementare l’umidità circostante.

Luce inadeguata

La luce, lo sappiamo, è un elemento importante per qualsiasi pianta, Alocasia inclusa. É però  anche noto che molte piante resistono ugualmente in condizioni di luminosità medio-bassa o comunque non ideale. Comunque, se la posizione che avete scelto per le vostre Alocasia risulta buona in primavera/estate, può non esserlo altrettanto nei mesi freddi. Capita spesso con esposizioni ad ovest o a nord. Come detto, in questi casi non è a rischio, a prescindere, la salute delle vostre Alocasia. Di sicuro però entreranno prima nel periodo di riposo vegetativo, e ne usciranno più tardi. E questo vuol dire un periodo più lungo nel quale cercare di tutelare il loro patrimonio fogliare. E significa anche che, nel caso di eccesso di irrigazione, marciume radicale e malattie fungine saranno molto più probabili. Il motivo è semplice: il fatto di non ricevere tutta la luce necessaria fa sì che le vostre Alocasia non producano (tramite fotosintesi) energia a sufficienza per poter essere in piena forma, risultano quindi più deboli.

Attacco parassitario

Ovviamente in un articolo del genere non possono mancare loro, i parassiti. Tripidi, Ragnetto Rosso e Acari sono quelli che più comunemente possono attaccare le vostre Alocasie. In tutti i casi, le condizioni ideali per la loro proliferazione sono il caldo e la scarsa umidità, nel terreno e sulle foglie della pianta in generale. L’estate è quindi la stagione in cui stare più attenti/e a questo genere di calamità, ma ovviamente il problema può esordire già in primavera o, se già verificatosi, prolungarsi fino all’autunno. Attenzione però, se in inverno la temperatura di casa vostra è sempre costantemente sopra i 22-23 gradi, potreste comunque dover tenere alta l’attenzione anche in questa stagione. La buona notizia è che, rispetto alle altre cause di caduta foglie, quando il problema è di natura parassitaria, la cosa è visibile a occhio più o meno nudo (per ragnetto e acari, leggete questo articolo di approfondimento). In questi casi intervenite con un prodotto specifico.

Over-fertilizzazione

Ed ecco l’ultima causa diretta di caduta foglie per un’Alocasia, quella da over-fertilizzazione. Dare troppo concime alle vostre Alocasia (ma il discorso vale per tutte le piante in generale) può danneggiarne le radici, rendendole di fatti inutilizzabili per la pianta. Va da sé che, se la vostra Alocasia avrà radici incapaci di assorbire il nutrimento, le foglie cominceranno ad ingiallire e a cadere, una dopo l’altra, a partire dalla più vecchia. Nei casi peggiori, il metodo più semplice per farle riformare è quello di estrarre l’Alocasia dal substrato di coltivazione e metterla in acqua a fare nuove radici. Per fortuna però, ci sono sempre le istruzioni sulle modalità di impiego, su qualsiasi concime voi acquistiate. Attenetevi a quelle e difficilmente si verificherà un problema del genere.

Considerazioni Finali

Insomma, prendendosi cura di un’Alocasia non ci si annoia mai. All’inizio può sembrare la tipica pianta da “montagne russe”: grandi soddisfazioni quando si vede nascere e crescere una nuova foglia, altrettanto grandi delusioni quando la si vede perderne qualcuna. Come avrete capito, però, il segreto è, come sempre accade per le piante da interno, cercare di pensare sempre al contesto di origine della pianta; dovete sempre cercare di replicare, per quanto possibile, le condizioni originarie. Vedrete che, una volta trovato il giusto equilibrio, e con l’esperienza guadagnata a suon di errori e foglie perse, mantenere belle rigogliose le vostre Alocasia sarà un gioco da ragazzi!


Altro in Caffè Tropicale

Continua a leggere

Come curare le piante d’appartamento in inverno

Come curare le piante d’appartamento in inverno

Di Massimo Tortorici | Pubblicato in Caffè Tropicale il 10 – Aggiornato il 13 Nov

“Sulle foglie della mia Monstera sono comparse delle macchie scure sui margini, e si stanno allargando”; “L’altro giorno sono inciampata/o  su una foglia della mia Sansevieria che era letteralmente collassata”; “La mia Alocasia ha perso due foglie in 10 giorni, sono disperata/o”; “Quella piantina grassa che mi avevano regalato è diventata improvvisamente scura e non so cosa le è successo”. Lo avete mai sentito dire ad un’amica o a vostra madre, oppure vi ci siete trovate/i voi stesse/i? Sono situazioni che tutti noi plantlovers sperimentiamo, e possono verificarsi in qualsiasi momento, più spesso in inverno. Perchè in inverno? Perchè dopo aver curato brillantemente le nostre piante in casa, nei mesi primaverili ed estivi, in cui loro hanno in genere parecchia luce, temperature alte e bevono tanta acqua, siamo molto rilassati/e o comunque convinti/e di  aver trovato la quadra giusta. Il problema è che in inverno le condizioni ambientali, anche in casa, sono completamente diverse rispetto all’estate; e a volte ce ne rendiamo conto troppo tardi, perchè da settembre a gennaio il mutamento è graduale ma costante. Ed ecco che il lavoro e le soddisfazioni di mesi e mesi di stagione vegetativa, possono di colpo andare a farsi benedire nel giro di poche settimane. In questo articolo proveremo a capire come evitare di vivere le terribili situazioni sopra descritte. Cercheremo cioè di chiarire quali sono le accortezze e le strategie da attuare per curare al meglio le nostre piante da appartamento nei noiosi e difficili mesi invernali.

Irrigazione

Il primissimo aspetto da considerare, quello che può impattare in maniera più netta e fatale sulla salute delle vostre piante è l’irrigazione, o meglio, quanto spesso e in che quantità innaffiate le vostre piante; per essere ancora più specifici, quanto inzuppate il substrato e per quanto tempo questo rimane zuppo o comunque umido. Se avete già letto questo articolo sui substrati, saprete che avere le proprie piante coltivate nel giusto substrato è già un bel passo avanti. Ma non basta. Bisogna anche considerare quanto tempo ci mette il substrato ad asciugarsi e di che tipo di condizioni necessitano le vostre singole piante. Il substrato semi-sabbioso e poroso in cui coltivate le vostre succulente, se in estate ci metteva 10 giorni ad asciugarsi del tutto, in inverno ce ne potrebbe impiegare 20 di giorni, per l’asciugatura. Il mix in cui avete messo dentro le vostre aracee, che in estate bagnavate ogni settimana, per mantenerlo umido al punto giusto e non farlo asciugare del tutto, ora rimarrà umido per 2 o anche 3 settimane. Non esiste un intervallo temporale scientificamente corretto, ovviamente, questi sono solo esempi. Dovrete essere voi a capire, verificandone periodicamente lo stato, ogni quanto i vostri terricci necessitano di acqua. Controllate la noia e tenete a freno il desiderio di dare amore alle vostre piante, dovete essere pazienti, altrimenti sbaglia oggi, sbaglia domani, nel giro di un mese potrete aver indotto alle vostre piante del marciume radicale, con svariati problemi annessi.  Per quanto riguarda la quantità di acqua da somministrare, anche qui dovrete andarci più piano. Riducete un pò la quantità (questo non vuol dire utilizzare il contagocce, neanche per le succulente). Se innaffiate dall’alto, valutate un cambio di metodo: la subirrigazione ad esempio. Potete cioè bagnare servendovi di un sottovaso. Quando ritenete che una pianta ha bisogno di acqua, provate a metterla su un sottovaso della giusta misura, riempiendolo d’acqua. Se la pianta ha effettivamente bisogno, l’acqua finirà in 20-30 minuti al massimo, o comunque il livello sarà sceso drasticamente. Se questo non avviene, beh, avete evitato di innaffiare quando non serviva. Una specifica in più per le piante succulente (Sansevierie incluse): esse sono in grado di immagazzinare parecchia acqua, ma soprattutto, in inverno, con meno luce e crescita ferma, sono a riposo e non hanno quindi esigenza di apporto nutritivo, come invece durante la stagione vegetativa. Innaffiate una volta al mese, non di più (fatte le dovute eccezioni, vedi Schlumbergera che tutti vogliamo vedere piena di fiori).

Concimazione

Parlando di acqua e nutrimento in generale, vale la pena affrontare subito il tema “Concimazione”. Da qualche parte ho letto che le piante non vanno concimate in inverno. Io, e anche altre/i per fortuna, la pensiamo diversamente. Anche in inverno le piante vanno concimate. Certo, bisogna farlo molto meno spesso rispetto alla stagione vegetativa, al massimo una volta al mese. Le vostre piante saranno pressoché ferme e quindi non avranno esigenza di energia specifica per crescere, ma solo di quella per alimentare le funzioni basiche. Concimate quindi meno frequentemente, seguendo sempre le indicazioni in etichetta. Volendo, potete spostarvi su concimi più equilibrati, visto il periodo di “riposo”. Ad esempio: se per le vostre aracee avete usato, fino ad ottobre, un concime come CIFO per Piante Verdi con formula NPK 14-5-8, e quindi ad alto tenore di azoto, per i mesi freddi potreste optare per un COMPO Concime per Piante Verdi, con formula NPK 7-3-6, quindi meno azoto e concentrazione più alta di tanti altri micro-elementi. Che scegliate l’uno o l’altro, entrambi i produttori contemplano la concimazione invernale, con dosaggi, appunto, ridotti, Quindi concimate, concimate anche in inverno e vedrete che, con l’arrivo della primavera le vostre piante saranno più forti e reattive che mai.

Luce naturale

In inverno ci sono meno ore di luce, e su questo siamo tutti d’accordo. Non solo però: la luce è anche meno intensa. In generale, quindi la luminosità che potete avere nel vostro soggiorno in estate è, possiamo dire, dimezzata in inverno. La quantità di luce che una pianta assorbe in un determinato punto non sarà minimamente la stessa tra estate e inverno. Quello che bisogna capire è se ci sono piante che, al variare delle condizioni di luminosità, stanno comunque bene dove stanno, o se hanno bisogno di essere spostate anche solo per sopravvivere. Facendo un paio di esempi pratici:

  • una pianta grassa che nei pomeriggi estivi prendeva un paio d’ore di sole diretto, su una credenza del vostro soggiorno distante 3 metri dalla finestra, in inverno potrebbe beneficiare di uno spostamento su un mobiletto posto a mezzo metro dalla finestra.
  • una Calathea posizionata in una zona riparata dai raggi diretti in estate, in inverno potrebbe avere troppo buio e quindi gradire una posizione più luminosa.

Un’altra specifica è doverosa farla: la luce diretta dei raggi solari in estate non ha nulla a che vedere con quella invernale. Il sole è molto più distante dalla Terra. La stessa luce diretta del primo pomeriggio che in estate brucia le foglie delle vostre alocasie, in inverno può solo che fargli bene. Con tutto ciò, non sto dicendo che dovete cominciare a spostare tutte le piante che avete nelle stanze di casa vostra, anzi. Le piante in casa sono belle anche perchè arredano con stile e gusto a voi più congeniali quel determinato angolo di casa. Valutate caso per caso, e date più luminosità solo alle piante che davvero ne hanno bisogno.

Il supporto delle Grow Lights

Un ulteriore aspetto da considerare in tema “luce” in generale:  l’utilizzo di Grow Lights. Andrebbero sicuramente usate nei seguenti due casi:

  • volete mettere delle piante in una posizione in cui non ricevono la giusta luminosità, a prescindere dalle stagioni
  • alcune vostre piante sono state falcidiate da parassiti o da marciume radicale fino a novembre, e, risolto il problema principale, volete provare a farle riprendere il prima possibile, senza aspettare la primavera.

A parte questi casi limite, le grow lights sono un’ottima opzione se proprio non volete saperne di assistere al “letargo” delle vostre piante. Scegliete delle soluzioni congeniali al vostro arredamento e soprattutto con il giusto PPFD. Se volete approfondire l’argomento, leggete questo articolo.

Temperatura

E siamo alla temperatura. Altro aspetto che subisce variazioni significative, e che incide sulla salute e l’aspetto delle nostre piante tenute in casa. Diciamo subito che in casa, in inverno, non ci saranno mai temperature in grado di uccidere le nostre piante. Di base, mi auguro anche per voi, la temperatura minima in casa sarà sempre di 18 gradi, quindi perfetta per qualsiasi specie. Bisogna però capire a che massime si arriva e come ci si arriva. Nello specifico, infatti, i riscaldamenti di ogni tipo seccano l’aria, chi più chi meno. Avere in casa una temperatura fissa di 24 gradi con umidità 40% potrebbe pure andar bene per diverse succulente; risulta però in parte dannoso per aracee, palme, marantacee, etc., e cioè piante che prediligono un livello di umidità del 60-80%. Le punte delle foglie si seccano, la crescita si arresta prima. E in generale, “respirano” male. Già, le piante respirano, proprio come noi: non parlo della fotosintesi, ma della respirazione cellulare, il processo inverso, tramite il quale le piante espellono l’ossigeno in eccesso sotto forma di anidride carbonica. Senza entrare ora nel dettaglio, tenete conto quindi che l’aria secca fa respirare male noi e loro. In ogni caso, se volete usare mediamente molto i vostri riscaldamenti, posizionate delle vaschette piene d’acqua sui vostri caloriferi per incrementare l’umidità dell’aria. Se però volete una soluzione ad hoc per tenere alta l’umidità intorno alle vostre piante, usate il vecchio trucco dell’argilla espansa nei sottovasi, come descritto in questo articolo, oppure acquistate un bell’ umidificatore.

Ricambio d’aria

Acqua, luce, temperatura, cosa manca? L’aria! Anche lei è importante, in inverno come in estate. Le piante che teniamo dentro casa, in natura non crescono in ambienti chiusi. L’aria favorisce gli scambi gassosi e rinvigorisce la pianta “allenando” la resistenza di tronchi, rami e radici. Ora, in casa non potremo certo far irrobustire le radici delle nostre piante  a suon di correnti d’aria, figuriamoci. Sicuramente però, possiamo assicurargli il ricambio sufficiente per aumentare l’ossigenazione dell’aria, visto che noi, respirando, ne consumiamo parecchio di ossigeno. E in questo modo, contribuiremo anche ad incrementare l’umidità dell’aria di casa nostra, soprattutto se usiamo parecchio i riscaldamenti. A proposito di correnti d’aria: state attente/i, in inverno una folata di aria fredda può dare parecchio fastidio a Ficus, Filodendri e compagnia bella. Lo so che sembra scontato, ma è meglio specificarlo.

Pulire le foglie

Eh sì, anche questo va fatto! Non tanto per questioni estetiche o maniacali, ma perchè in questo modo aiutiamo le nostre piante a funzionare meglio. Fare in modo che le foglie assorbano più luce possibile e facciano correttamente la fotosintesi è ancora più importante in una stagione come quella invernale, in cui la luce è poca e meno intensa. Pulire le foglie con un panno umido (solo acqua, mi raccomando) sarà un’attività noiosa ma se non altro l’impatto positivo sulla salute delle nostre piante c’è, eccome!

Parassiti

Parassiti anche in inverno? Tranquille/i, se farete tesoro di quanto letto finora, credo non avrete problemi, da questo punto di vista. Dalla cocciniglia al ragnetto rosso, infatti, più o meno tutti i parassiti gradiscono temperature sopra i 22 gradi e bassa umidità. Sono queste le condizioni in cui possono proliferare e, purtroppo, in primavera/estate bisogna stare davvero in allerta. Se però tenete i termosifoni a palla, beh, non potrete rilassarvi neanche in inverno. Media di 18-20 gradi, umidità discreta al 60%, substrati a lungo umidi ed eccovi servita la barriera naturale anti-parassiti. Poi, certo, se a novembre pensate di aver definitivamente debellato dalle piante attaccate i vari ragnetto rosso, acari, o tripidi, l’inverno in realtà potrebbe essere solo una lunga parentesi di calma apparente. Questi parassiti, infatti, depositano uova ad un ritmo infernale e le ultime depositate, spesso resistono l’inverno per poi schiudersi ai primi caldi. Quindi, voi buttate sempre un occhio alle piante colpite in precedenza da questi maledetti, anche in inverno. Quando arriva la primavera, beh, in bocca al lupo.

Varie ed eventuali

Tutto quello di cui si è parlato in questo articolo, in generale, vale per la sopravvivenza dentro casa di tutte le piante. Si parla di piante che sono sempre state dentro casa, non di piante che in estate tenete fuori e che pensate di riportare dentro per l’inverno. Per questo argomento va fatto un discorso a parte, in altra sede. Qui si è parlato di sopravvivenza, di condizioni utili al mantenimento dei processi base, che per molte piante sono gli unici ad essere in atto, in inverno. Altre piante, però “lavorano” di più in inverno, dovendo far fronte a processi dispendiosi come la fioritura o la produzione di nuove foglie: due esempi comuni su tutti: la Schlumbergera o Cactus di Natale, e la Albuca Spiralis. La giusta quantità di luce, le temperature, l’umidità del terreno, la concimazione, sono ancora più importanti per queste piante, in inverno. Non sottovalutateli.


Altro in Caffè Tropicale

Continua a leggere

Quali piante regalare (e regalarsi) per Natale

Quali piante regalare (e regalarsi) per Natale

Di Massimo Tortorici | Pubblicato in Caffè Tropicale l’8 Dic  – Aggiornato il 26 Nov

Nel periodo prenatalizio si sa, le occasioni per fare regali non mancano mai. Regali per i parenti, regali per suocere, fidanzate e fidanzati, nonni, e poi i regali extra, come quelli che siamo quasi costretti/e a fare quando veniamo coinvolti/e in simpatiche iniziative come i “Secret Santa”, sempre più diffuse tra colleghi e amici. In un tale caos, sempre più ingestibile, c’è bisogno di qualche elemento di sicurezza, un passe-partout, qualcosa che rappresenti sempre la scelta giusta. Ebbene, quale miglior regalo di una pianta? Già una pianta, qualcosa che possa sempre farvi fare bella figura, che vi permetta di essere originali e di cavarvela con gusto e con una certa eco-sostenibililità. In questo articolo vedremo quali piante possono fare al caso vostro e per quale ragione sceglierle come regalo natalizio. Sia chiaro, non pensate di riuscire a regalarne qualcuna senza regalarne almeno una anche a voi, se vi piacciono giusto un po’ le piante, sarà impossibile resistere, sono pronto a scommetterci.

Aglaonema Red Star

Partiamo subito con una pianta inaspettata, l’Aglaonema Red Star. L’Aglaonema fa parte della più ampia famiglia delle aracee, la principale per quel che riguarda le piante tropicali da interno. A differenza di una bella fetta delle sue parenti aracee, l’Aglaonema è molto più rustico, si adatta molto più facilmente a condizioni di ridotta luminosità e bassa umidità del terreno. Ora, questo non significa che potete lasciarlo morire di sete in un angolo buio di casa; piuttosto, vuol dire che la sua manutenzione è più semplice di quanto si pensi, elemento questo che lo rende perfetto come regalo. In più, rimane di dimensioni piuttosto contenute, e ciò lo rende facilmente posizionabile in qualsiasi ambiente interno. Di varietà ce ne sono tante, ma solo una è perfetta per il periodo natalizio: Aglaonema Red Star. Il motivo è semplice: le sue foglie variegate di rosso, vivo o aranciato. Le varietà più vicine al Red Star sono l’Aglaonema Pink Star e l’Aglaonema Orange Star. Se regalate un Red Star, sapete che ne avete altri due tra cui scegliere per fare un regalo a voi stesse/i.

Anthurium Andreanum

Proseguiamo con un’altra Aracea: Anthurium Andreanum. Ormai entrato nell’immaginario di tutti, grazie alla sua ampia diffusione in ogni vivaio, grande magazzino, supermercato, chiosco che venda piante, l’Anthurium Andreanum è di sicuro la pianta che più di tutte ha sfondato negli ultimi anni come pianta-regalo. Con i suoi fiori rossi, incredibilmente lucidi e nettamente in contrasto con il suo spadice giallo-bianco, se regalate un Anthurium Andreanum difficilmente sbaglierete. O meglio, vista la larghissima diffusione, potreste sbagliare se la persona a cui lo regalate ne possiede già uno in casa. Il consiglio è quindi di comprare sempre una pianta di back-up se decidete di puntare sull’Anthurium come regalo natalizio. La manutenzione è leggermente più complessa rispetto all’Aglaonema, giusto perché gli Anthurium preferiscono un substrato con un livello di umidità medio più alto (in questo articolo tutte le informazioni per la cura degli Anthurium). I fiori li fa da aprile ad ottobre, ed è presumibile che a gennaio perda quelli che aveva quando l’avete regalato. È bene saperlo.

Aglaonema Red Star
Anthurium Andreanum

Ardisia Crenata

Ora si cambia completamente genere. Parliamo di piante che possono, anzi preferiscono essere sistemate in balcone o giardino, più facili da mantenere, che sono molto apprezzate nel periodo natalizio per una specifica caratteristica: al Natale ci arrivano piene zeppe di bacche rosse! Cominciamo dall’Ardisia Crenata.
Questo arbusto fiorisce ad inizio estate, con bei fiorellini rosa o bianchi. I fiori vengono poi rimpiazzati da bacche inizialmente verdi, che diventano rosso acceso col passare delle settimane. Se coltivato nelle giuste condizioni, le bacche resistono fino alla fioritura successiva! Difficile da mantenere dentro casa, più che altro perchè sopra i 16° non sta benissimo, l’Ardisia Crenata è perfetta accanto alla porta di casa, con luce a sufficienza, e sole mai diretto, soprattutto d’estate. Vi immaginate un ingresso di casa con due arbustelli di 1 metro ciascuno, pieni zeppi di bacche rosse? Semplicemente Natale!

Skimmia

Altra pianta che vive molto meglio fuori che dentro casa è la Skimmia. E anche in questo caso il motivo per cui regalarla a Natale è la presenza di abbondanti bacche rosse decorative. La particolarità è che non tutte le piante di Skimmia producono le bacche rosse, o almeno, non tutte quelle di Skimmia Japonica che è la varietà più diffusa. La differenza la fa il sesso: la Skimmia Japonica maschio produce solo i fiori, quella femmina anche le bacche rosse, ma solo se c’è un maschio che impollina i fiori. Tradotto: se volete regalare una Skimmia Japonica, sicuramente la troverete con le bacche rosse, ma solo perché impollinata. La stessa pianta, l’estate successiva, non produrrà bacche se non cresce accanto ad una pianta maschio. Una soluzione c’è: andare in Cina. No, non vi sto dicendo di importare piante da Pechino, semplicemente di provare a cercare una varietà cinese, la Skimmia Reevesiana, che rispetto alla cugina giapponese, è ermafrodita, e come tale fa tutto da sola, fioritura e produzione bacche! Bene, dopo questo trattato botanico, veniamo alla manutenzione: molto resistente al freddo, molto meno alla siccità, la Skimmia va posizionata in una zona ombrosa, ed è quindi perfetta per una esposizione a nord. Più indicata per le amiche e gli amici che vivono in zone relativamente fredde.

Ardisia Crenata
Skimmia

Agrifoglio

Ed ecco un classicone! L’agrifoglio, da non confondere con il Pungitopo, è una pianta molto diffusa alle nostre latitudini ed è super originale per due aspetti: ha foglie con spigoli acuminati e produce irresistibili bacche rosse in autunno inoltrato, e cioè giusto in tempo per le feste natalizie. Pianta antichissima (già ai tempi dei romani si festeggiava il solstizio d’inverno con decorazioni beneauguranti di agrifoglio), ha lo stesso “problema” della Skimmia: solo la pianta femmina produce le bacche rosse (se impollinata). Per il resto, possiamo dire che l’Agrifoglio vince il “premio resistenza” delle piante natalizie trattate in questo articolo: resiste benissimo a temperature al di sotto dello zero. Soffre un pò la siccità e il sole caldo dell’estate, ma di base può essere tenuto fuori tutto l’anno. Le bacche sono tossiche, ma si spera che cani e gatti vengano tenuti alla larga dalle foglie pungenti.

Pyracantha

Meno diffusa rispetto a tutte le altre piante trattate in questo articolo, la Pyracantha o Agazzino merita comunque una menzione. Se non altro per una caratteristica che non faticherete ad indovinare: produce abbondanti bacche rosse! Come l’Agrifoglio, anche la Pyracantha risulta molto utile come pianta da siepe e si adatta al freddo del nostro inverno. Anche le bacche della Pyracantha sono tossiche.

Agrifoglio
Pyracantha

Schlumberghera

Ora si cambia di nuovo genere, in maniera del tutto inaspettata: parliamo di cactacee. Può, una cactacea, essere d’ispirazione come regalo di Natale? Ma certo, se questa cactacea viene anche chiamata “Cactus di Natale”! Vero nome Schlumbergera, questa pianta si è guadagnata il nickname Cactus di Natale per una particolarità: fiorisce nel periodo prenatalizio e natalizio. E non stiamo parlando di uno-due fiori che durano un paio di giorni come avviene per svariate piante grasse, no. Nel caso della Schlumbergera, la fioritura è abbondante e duratura, potrete avere una pianta fiorita per settimane intere. Certo, bisogna fare in modo che arrivi in salute al mese di novembre, se si vuole sperare in una vistosa fioritura, e le accortezze da impiegare in tal senso sono diverse: in questo articolo di approfondimento trovate tutto, più o meno. In ogni caso, i colori dei fiori di Schlumbergera sono diversi: come per l’Aglaonema, se decidete di regalare un Cactus di Natale, compratene di due colori diversi, una da regalare e una per voi.

Stella di Natale

Chiudiamo con un grande classico, la Pianta di Natale per eccellenza: la Stella di Natale, botanicamente nota come “Poinsettia”. Lo so, non sarete originali come nel caso delle piante trattate precedentemente, ma con la Stella di Natale andate sempre sul sicuro. Volete fare una “pazzia”? Compratene una che abbia delle variegature, ce ne sono tante in giro, magari con il rosso sempre preponderante. Non fate che mi comprate la Stella di Natale gialla, eh! Se proprio volete poi essere i “numeri uno dei donatori e donatrici di Stelle di Natale”, allora date alla fortunata o fortunato che la riceverà tutte le indicazioni necessarie per farla sopravvivere anche dopo le Feste, e per provare a farla tornare rossa per il Natale successivo. In questo articolo trovate tutti i dettagli.

Schlumbergera
Stella di Natale

Considerazioni Finali

Eccoci arrivati alla fine di questa carrellata di piante natalizie. Queste sono, in qualche modo, piante che devono la sua fortuna commerciale al fatto di esprimere il loro massimo splendore durante la stagione natalizia. Ricordate però che le piante si possono regalare tutto l’anno, non solo a Natale. Anzi, se quando andate a cena da amici o a pranzo dai parenti, invece di portare vino e paste mignon, vi presentate con una bella pianta, lo spirito del Natale vi accompagnerà tutto l’anno.


Altro in Caffè Tropicale

Continua a leggere

I migliori umidificatori per piante tropicali da interno

I migliori umidificatori per piante tropicali da interno

Di Massimo Tortorici | Pubblicato in Caffè Tropicale l’8 – Aggiornato il 4 Mar

Per alcune piante, il livello ottimale di umidità, quello che le fa stare davvero bene è del 60% o poco più. Farle stare in un ambiente con aria molto secca, diciamo con il 30%-40% di umidità al massimo, non da’ di certo un boost alla loro crescita, anzi. Ecco perché è fondamentale avere uno o più umidificatori in casa.

Umidificatori e piante, un binomio irrinunciabile per qualunque plantlover con una discreta collezione di piante tropicali in casa. Direte “addirittura irrinunciabile?” Avrete letto, probabilmente, questo articolo, in cui mettiamo in fila i vari metodi impiegabili per aumentare l’umidità delle nostre piante. È vero, avere un umidificatore è solo uno dei metodi. Però è il più evoluto, il più comodo e anche il più versatile. Già, perché avere uno o più umidificatori in casa può essere utile non solo per le nostre piante, ma anche per noi. In questo articolo, vedremo brevemente quali sono i possibili usi di un umidificatore, quando e perché può fare la differenza per le nostre piante in casa, e quali sono i migliori in circolazione sul mercato.

Un elettrodomestico multitasking

Li avrete visti in giro sui social, in azione dentro serre fai-da-te o semplicemente posizionati su uno scaffale o su un mobile pieno zeppo di piante. Eppure, gli umidificatori sono apparecchi che possono essere utilizzati anche per il benessere delle persone. Di più: le aziende produttrici spingono molto più questo aspetto, e cioè i benefici per le persone, che non quelli per le piante. Che tipo di benefici? Respiratori, in primo luogo. L’aria troppo secca, tipica delle case riscaldate in autunno e inverno, rende più difficoltosa la respirazione e facilita l’insorgere di fastidi stagionali, come ad esempio, mal di gola, raffreddori, influenze. Il perché è molto semplice, se l’aria che respiriamo è troppo secca, le mucose e, più giù, i bronchi, che hanno bisogno di umidità, si asciugano e quindi diventano meno efficienti. Teoricamente, poi, l’aria troppo secca non fa bene né alla nostra pelle, né a quella dei nostri animali domestici. La disidratazione causa secchezza della pelle, quindi, soldi che se ne vanno in creme e prodotti cosmetici, in alcuni casi farmaci, atti a contrastare il problema. Oltre ad aspetti di salute fisica, un umidificatore in casa può aiutare anche la salute psicologica. Sembra che vedere la nebbiolina uscir fuori da questi apparecchi, ovviamente se silenziosi, sia di per sé molto rilassante (provare per credere). Se poi aggiungete degli oli essenziali (in genere c’è uno scomparto ad hoc nell’umidificatore), beh, oltre ad avere aria umidificata e salutare, avrete anche un piacevole profumo per casa che rilasserà i vostri sensi.

L’importanza di un umidificatore per le nostre piante in casa

L’aria troppo secca, lo avrete capito, non fa bene a noi, e non fa bene a nessun essere vivente in generale (virus a parte). Nel caso specifico di piante, soprattutto se di origine tropicale, aria troppo secca vuol dire margini e punte delle foglie che si seccano. Anche il ritmo di crescita delle piante è influenzato dall’umidità dell’aria. Per alcune piante, il livello ottimale di umidità, quello che le fa stare davvero bene è del 60% o poco più. Farle stare in un ambiente con aria molto secca, diciamo con il 30%-40% di umidità al massimo, non da’ di certo un boost alla loro crescita, anzi. Ecco perché è fondamentale avere uno o più umidificatori in casa, per loro e per noi.

Dove posizionare l’umidificatore

Prima di parlare dei modelli migliori di umidificatore presenti sul mercato, vale la pena fare un semplice ragionamento sul “come” utilizzare l’apparecchio in funzione piante. Se pensate che con un umidificatore riprodurrete l’ambiente umido tropicale tipico dei luoghi di origine delle vostre piante, beh, siete fuori strada. O meglio, fare una cosa del genere con un umidificatore è possibile, ma solo se lo posizionate dentro una serra fai-da-te allestita in casa o in veranda. Se invece vi piace godervi le vostre piante come veri e propri pezzi di arredamento su scaffali, mensole, mobiletti, insomma non in una serra, ecco, l’umidificatore può aiutare a migliorare l’umidità dell’aria che respirano (sì, anche le piante respirano), ma non la porterà mai alla percentuale ottimale. Un umidificatore in genere è in grado di umidificare l’aria di una grande stanza, come un soggiorno, ad esempio e già questo è qualcosa. È chiaro che le piante, più si trovano nelle vicinanze dell’umidificatore, più ne beneficiano. Per una resa massima, posizionate un umidificatore in una posizione più alta o al livello delle foglie più alte delle vostre piante, in modo che la nebbiolina (che in genere viene “sparata” verso l’alto), si sparga per bene. Se avete una zona dove tenete più piante tropicali (aracee, marantacee), beh, neanche a dirlo, cercate di mettere lì il vostro umidificatore.

Levoit, il marchio leader nel mercato degli umidificatori

Cominciando a parlare (finalmente, direte voi) di umidificatori acquistabili, bisogna dedicare un paragrafo all’azienda leader di mercato. L’americana Vesync, è l’azienda proprietaria del marchio Levoit, in assoluto il brand più in ascesa negli ultimi anni per quel che riguarda gli umidificatori. Badate bene, si parla di “umidificatori” e non di “purificatori” d’aria. Una bella differenza, sia in termini di prezzo (molto più alto, in media, quello dei purificatori d’aria), sia in termini di funzionalità. Essendo noi, amanti di piante, in questa sede possiamo concentrarci solo sugli umidificatori, a purificare l’aria ci pensano le piante!
Come dicevamo, Levoit è un marchio molto forte sul mercato, probabilmente il migliore in Italia, anche solo dando un’occhiata alla linea di prodotti. Super affidabili, molto silenziosi (sono tutti sotto i 28 dB) e contraddistinti anche da un bel design, Vesync propone i seguenti umidificatori:

LEVOIT Dual 150: è l’entry level. Adatto agli ambienti piccoli (copre adeguatamente una stanza di 20 metri quadri), ha comandi molto semplici e manuali, un serbatoio da 3 litri che può durare (in continua) 25 ore prima di esaurirsi. L’acqua può essere agevolmente caricata dall’alto e la si può “condire” con oli essenziali idrosolubili, qualora si voglia un po’ di relax da aromaterapia. Escludendo il bagno (tipicamente umido) e la cucina, questo umidificatore è ideale per la camera da letto. Si spegne in automatico una volta esaurita l’acqua nel serbatoio.

LEVOIT Dual 200S: stesse caratteristiche di base del precedente (dimensione, capacità e durata serbatoio, superficie umidificabile), ma con un’importante aggiunta: può essere comandato da remoto. Come? Da smartphone tramite l’app Vesync, vocalmente tramite Alexa e Google Assistant. Questo è, a mio avviso, la cosa più importante per noi amanti di piante. Immaginate di sapere più o meno il momento della giornata in cui l’aria in casa è più secca, o magari di andare fuori per il week-end. Grazie all’app, potete impostare il programma all’orario, durata, frequenza che preferite e farlo partire in autonomia. Certo, dovete ricordarvi di lasciare acceso il wifi.

LEVOIT Classic 300S: qui si sale di livello. Serbatoio di capienza doppia rispetto ai primi due (6 litri), autonomia (in continua) di 60 ore prima di esaurire l’acqua. Ufficialmente è in grado di umidificare un ambiente di 47 metri quadri. Più realisticamente si può affermare che un salone doppio (con ingresso adiacente), è l’ambiente giusto in cui collocarlo. Come il Dual 200S è attivabile da remoto, tramite app e Alexa/Google Assistant, e ha un bel display che mostra il livello di umidità raggiunto. Come per il Dual 200S, anche con il Classic 300S è possibile impostare un livello di umidità da mantenere: l’umidificatore si spegnerà e accenderà all’occorrenza.

LEVOIT LV600S: il top di gamma. Rispetto al precedente (del quale ha tutte le caratteristiche), è in grado di umidificare ambienti più grandi, grazie alla doppia bocchetta orientabile. È possibile impostare il timer, e cioè accendere e dire all’umidificatore dopo quanto tempo spegnersi in automatico. È anche possibile scegliere tra nebbia fredda (quella che hanno anche tutti gli altri umidificatori Levoit) e nebbia calda. Non cambia molto a livello di percezione, non aspettatevi di sentire particolare calore. Sembra però che la nebbia calda umidifichi più velocemente l’ambiente. Non si è più parlato di aromaterapia: tenete conto che questo modello e il precedente, rispetto ai primi due, hanno un comodo cassettino laterale dove versare le gocce di olio essenziale, su un apposito filtro.

Qualche altro suggerimento

Bene, fatta la panoramica di umidificatori Levoit, possiamo concentrarci sul resto del mercato. Limitandoci agli umidificatori abbastanza semplici da reperire online, quelli che seguono sono abbastanza interessanti:

DREO 3L Umidificatore Ambiente: interessante proposta di questo nuovo marchio italiano, se non altro per il design. Disponibile in due colori, bianco e nero, questo umidificatore dalle dimensioni contenute, promette di coprire ambienti fino a 28mq con rumorosità sotto i 26 dB. Dotato di timer e vassoio per l’aromaterapia, rispetto all’analogo LEVOIT (il Dual 200S), però, non è attivabile da remoto.

FOHERE Umidificatore Ambiente 6L: giovane azienda attiva nel settore dei piccoli elettrodomestici, prova a fare la sua parte con questo umidificatore a nebbia fredda adatto ad ambienti grandi. Il grande serbatoio garantisce grande autonomia, ma anche questo, come tutti meno i Levoit, non è governabile da remoto. Per il resto ha tutto ciò che serve: timer, vaschetta per aromaterapia, caricamento facilitato, e un design pulito e moderno.

DREO 6L Umidificatore: Torniamo subito a parlare di questa azienda perchè questo è un prodotto davvero interessante, che punta a battagliare con l’analogo di Levoit. Questo infatti non è da meno per capacità, silenziosità, ma soprattutto funzionalità, controllo da remoto incluso. Eh sì, anche questo è controllabile da remoto, tramite app, o a distanza tramite Google Home e Alexa. Prezzo concorrenziale, una volta che DREO sarà un brand consolidato nel panorama dei piccoli elettrodomestici, potrà seriamente dire la sua. Il design, anche in questo caso, è molto interessante.

Considerazioni finali

Lo avrete intuito, di umidificatori in giro ce n’è per tutti i gusti. Il mercato, in Italia e negli altri paesi europei, è in forte crescita, e non è escluso che nei prossimi mesi venga fuori un produttore in grado di concorrere con le aziende americane, Vesync e Homedics su tutte. Ciò che è certo è che, essendo l’offerta già abbastanza ampia, e gli ambienti e possibilità di utilizzo molto variegati, potete soddisfare la vostra curiosità a tranches. Partite da un umidificatore piccolo magari, da posizionare in un punto dove sono concentrate diverse delle vostre amiche tropicali. Se, dopo qualche settimana, o qualche mese, avrete notato benefici, potrete sempre acquistare un secondo umidificatore, magari più grande, e cominciare a godere anche voi di un’aria meno secca e più umida.


Altro in Caffè Tropicale

Continua a leggere

Marciume radicale: cos’è, come si previene e come si cura

Marciume radicale: cos’è, come si previene e come si cura

Scritto da Massimo Tortorici, 20 Ott 2022. Pubblicato in Caffè Tropicale.

Le radici affette da marciume radicale non sono carnose e resistenti come quelle sane, no. Le radici marciscono a tutti gli effetti, e quindi sono scure, mollicce, deboli. Radici così non possono assurgere alla loro funzione, che è fondamentale per la vita della pianta: assorbire le sostanze nutrienti e immetterle nel sistema linfatico.

In autunno si sa, cambia il tempo. Le giornate si accorciano, le temperature si abbassano, l’umidità aumenta (fino a che non accendiamo i riscaldamenti) e, in generale, l’umore ne risente. Non solo il nostro, anche quello delle nostre care amiche piante. Metabolismo rallentato, meno energia per produrre tessuti e radici nuove e una ricerca spasmodica della luce solare sempre più ridotta. Ecco, per loro, spesso e volentieri tropicali abituate in natura ad avere condizioni atmosferiche pressoché stabili, già la situazione è abbastanza deprimente. Evitiamo di metterci il carico anche noi! “Come?” direte voi. Ma è ovvio, innaffiandole troppo! Eh sì, quella che ai più può sembrare un’attività a favore di piante, in realtà non lo è o rischia di esserlo sempre meno in autunno e ancora peggio in inverno. Le piante, in genere, non tardano a manifestare problemi, e lo fanno attraverso le loro foglie. C’è un problema più comune di altri, causato da questa situazione: stiamo parlando del “Marciume Radicale”, il problema numero uno (tolto qualsiasi tipo di parassita) per la salute delle piante che teniamo in casa. In questo articolo cercheremo di capire meglio di che si tratta, come può essere evitato e come comportarsi quando si manifesta in maniera evidente.

Cos’è il marciume radicale e quali sono i sintomi

Il marciume radicale è una malattia della pianta che colpisce le radici, le quali, letteralmente, marciscono. Le radici affette da marciume radicale non sono carnose e resistenti come quelle sane, no. Le radici marciscono a tutti gli effetti, e quindi sono scure, mollicce, deboli. Va da sé, che radici così non possono assurgere alla loro funzione, che è fondamentale per la vita della pianta: assorbire le sostanze nutrienti e immetterle nel sistema linfatico. Di conseguenza, prima ancora di svasare la pianta e rendervi conto che alcune o molte radici sono in questo stato pietoso, i sintomi del marciume radicale spesso sono chiari e li vedete sulle foglie della vostra pianta: foglie che si anneriscono sui margini, con macchie che si allargano sempre più verso il centro della foglia; foglie che avvizziscono e ingialliscono rapidamente. Tutto questo in un contesto in cui voi siete sicure/i non ci siano parassiti e, soprattutto siete sicure/i l’acqua non manchi alla vostra pianta.

Le condizioni che causano il marciume radicale

I responsabili diretti del marciume radicale sono funghi, batteri o nematodi (vermi del terreno), difficilmente in contemporanea, in genere uno alla volta. Tutte creaturine simpatiche insomma! Ok, questi sono i veri cattivoni della situazione. Già, ma come ci arrivano nel substrato della nostra pianta, tenuta nella nostra casa pulita e ordinata? O meglio, come proliferano, fino a causare marciume radicale? Una sola parola: Acqua. O, per essere più specifici “Umidità”. L’umidità, in eccesso, all’interno del substrato dove sono ben piantate le radici della nostra pianta, è l’alleato unico di questi microorganismi. Se il terreno attorno alle radici rimane molto umido per tanti e tanti giorni, è lì che il marciume può originarsi. Se poi continuiamo a tenerlo molto umido per settimane, beh, il marciume si espande rapidamente.

Innaffiare meno o cambiare substrato?

Eccoci arrivati alle soluzioni. Poche chiacchere, il substrato di qualsiasi pianta coltivata in vaso, non deve rimanere mai molto umido per troppo tempo. E qui vengono fuori le prime domande per voi: i substrati nei quali coltivate le vostre piante, sono ben drenati e areati? Quando innaffiate, l’acqua tende ad uscire velocemente dai fori di drenaggio, o ci mette parecchio, pur venendo assorbita rapidamente? Ma i fori di scolo i vostri vasi ce li hanno o no? Insomma, lo avrete capito, se la vostra risposta a una di queste domande è “NO” dovete stare molto attente/i quando innaffiate. Se infatti il vaso non ha fori di drenaggio, il substrato è un semplice terriccio universale, o al massimo un mix di terriccio e perlite e la pianta la tenete in casa, dovrete far passare molto tempo fra le annaffiature. Per quasi tutte le piante di origine tropicale che teniamo in casa (con rare eccezioni, tipo il Papiro, che ama stare in un terreno quasi zuppo) le annaffiature vanno fatte quando il substrato è asciutto per metà o anche per due terzi. Non basta che lo sia in superficie, e per piante che stanno in vasi di diametro 28-40 cm non basta neanche verificarne l’umidità con il “metodo del dito” (infilare il dito nel terreno e vedere se è umido). Usate piuttosto uno stecco lungo al posto del dito, o, meglio ancora, il metodo del “soppesare la pianta”: dopo un po’ di tempo, tutti acquisiamo esperienza sufficiente per capire, dal peso del vaso (e della pianta al suo interno), quanto è bagnato o asciutto il substrato.

Detto ciò, esiste un’alternativa, per evitare tutti questi drammi psicologici, almeno in gran parte: usare substrati drenanti e ben areati (e vasi con fori di drenaggio). Mi riferisco soprattutto alle piante tropicali. Aracee (Monstera, Alocasia, Philodendron, Pothos, Anthurium, etc.), Marantacee (Maranta Leuconeura, Calathee) e tutte le altre famiglie di piante tipicamente tropicali che amano stare in ambienti umidi, hanno bisogno di substrati così. Cosa vuole dire un substrato drenante e ben areato? Vuol dire comporlo con elementi che favoriscono un livello di umidità costante, assorbendo quella in eccesso e rilasciandola gradualmente, ed elementi che creano spazi all’interno del terreno. Leggete questo articolo per farvi un’idea completa. Per le piante grasse la soluzione è più facile, i terricci ad hoc che si trovano in giro vanno benissimo. Certo, avere il substrato giusto, e non un semplice terriccio universale, o “terriccio per piante verdi”, facilita di parecchio il quadro, ma il pericolo marciume radicale rimane comunque presente (innaffiare ogni due giorni perché la vostra pianta è coltivata in un substrato ottimale, non è comunque una buona idea).

Quando optare per un rinvaso

Se vi rendete conto del marciume radicale all’inizio, e cioè i sintomi fogliari sono minimi e svasando la pianta le radici sono solo parzialmente attaccate, potete risolvere il problema nel seguente modo:

1) Eliminate le radici danneggiate e marce

2) Rinvasate la pianta nello stesso vaso

2.1) Se il substrato di partenza è semplice terriccio e non volete cambiarlo, perché pensate vada bene così, allora cambiate frequenza di annaffiatura in maniera drastica. Sarà inoltre necessario sostituire il terriccio zuppo con terriccio nuovo asciutto.

2.2) Se invece pensate il substrato vada cambiato, andandone ad aumentare la capacità di drenaggio e di arieggiamento, allora procedete. Non esistono stagioni buone e cattive per portare una pianta dal substrato sbagliato al substrato giusto; ogni momento è buono.

3) In entrambi i casi (terriccio o substrato adatto), irrigate, possibilmente, diluendo nell’acqua un antifungino ad ampio spettro; in ogni caso, fatelo seguendo le indicazioni del produttore e per un massimo di due trattamenti.

    Piccola nota: il rinvaso inteso come cambio del substrato a volte non è sufficiente. Spesso, infatti, si scelgono vasi troppo grandi, rispetto alla grandezza dell’apparato radicale della pianta. Meglio far stare una pianta con radici un po’ “costrette” che farla stare in un vaso che fa fatica a riempire, con le sue radici. In questi casi il terriccio o substrato tenderà a rimanere più zuppo, perché in molte zone non ci sono radici pronte a succhiar via l’umidità. Ecco, in questi casi, il marciume radicale è più facile che si manifesti, e, oltre a fare tutto quello che si è detto sopra, dovrete anche trasferire la vostra pianta malaticcia in un vaso più piccolo e adeguato al suo apparato radicale.

    Una soluzione drastica

    Ok, quello descritto nel paragrafo precedente è il rimedio da adottare quando la situazione è ancora sotto controllo. Quando però le radici sono particolarmente compromesse, bisogna osare di più. Vale anche se avete applicato il metodo descritto prima, ma non avete ottenuto i risultati sperati e il marciume radicale ha continuato a fare danni. La soluzione in questi casi deve essere la più drastica possibile: taglio. Dovete cioè fare una bella talea della vostra pianta; nel caso delle rizomatose, come ad esempio le Alocasie, non farete talee ma preserverete il rizoma, togliendo tutte le radici marce. Sia esso un rizoma, o una talea, quello che resta della vostra pianta va messo in acqua. Bisogna ricominciare da zero, far spuntare nuove radici, sane, pulite, capaci di svolgere bene la loro funzione fondamentale. E quando la vostra pianta si sarà ripresa e i tempi saranno maturi per rimetterla a dimora in un vaso vero e proprio, il marciume radicale sarà solo un brutto ricordo, anzi, un brutto sogno che voi, e la vostra pianta sopravvissuta, non rifarete più.


    In vendita nel nostro Shop Online

    Altro in Caffè Tropicale

    Continua a leggere

    Biostimolanti: preziosi alleati per la salute delle nostre piante

    Biostimolanti: preziosi alleati per la salute delle nostre piante

    Scritto da Massimo Tortorici, 23 Ago 2022. Pubblicato in Caffè Tropicale.

    Siete tornate/i dalle vacanze estive e avete trovato un po’ di piante messe male, alcune mezze-secche, altre attaccate da acari o ragnetto rosso. Oppure, si avvicina la stagione fredda, e avete paura di come reggeranno le piante che terrete fuori, per ragioni logistiche, di come risponderanno ad eventuali drastici cali di temperatura. Oppure ancora, siamo ad inizio primavera e sperate il vostro limone fiorisca e soprattutto fruttifichi il più possibile. Cos’hanno in comune queste tre situazioni apparentemente molto diverse tra loro? Voi direte: “Ansia, mi mettono tanta ansia!” Già, a parte questo, condizione obbligata quando si è piantologhe/ghi, c’è un altro elemento che accomuna tutte e tre le situazioni descritte, o meglio, una parola: BIOSTIMOLANTE. In tutti e tre i casi, se ne userete uno, potrete dormire sonni più tranquilli, o, in altri termini, ridurre l’“ansia da plantlover”.

    I biostimolanti non sono concimi

    Partiamo dalle basi. I biostimolanti o fitostimolanti sono diversi dai concimi e per tale ragione, diciamo subito che nel 90% dei casi si possono usare contemporaneamente all’impiego del concime. La differenza è concettuale: i concimi apportano macro- e micro-elementi (come spiego meglio in questo articolo) che, una volta assorbiti, permettono alla pianta di produrre energia. I biostimolanti, invece, apportano energia diretta alla pianta, principalmente tramite aminoacidi e specifici micro-elementi. Il concime costituisce quindi la dieta base di una pianta, i nutrienti che apporta non possono e non devono mai mancare. I biostimolanti vanno considerati più come integratori veri e propri alla dieta delle vostre piante. Come detto, i due tipi di prodotti possono essere usati in contemporanea, e cioè mischiando all’acqua di irrigazione sia il concime liquido che il biostimolante, oppure irrigando con concime e spruzzando il biostimolante sul fogliame. Ciò è vero sempre quando utilizzate un concime liquido. Nel caso utilizziate invece un concime granulare, a rilascio più lento e prolungato, meglio alternare i due prodotti.

    Di biostimolanti ce n’è uno per ogni evenienza, ne parliamo nei prossimi paragrafi.

    Prevenire è meglio che curare

    Il primo prodotto di cui è giusto parlare è quello forse più conosciuto: CIFO Algatron. Conosciuto dai più come prodotto utile nella fase di radicazione di una talea nel passaggio da idro- o semi-idroponica a terra, Algatron è utilissimo in diverse altre situazioni. Diciamo che ogni volta che avete la possibilità di prevedere che la vostra o alcune vostre piante andranno incontro a condizioni di stress importante, utilizzare CIFO Algatron è un’ottima idea. Di che situazioni parliamo? Partenza pre-vacanze estive e quindi prolungato periodo di caldo, di siccità e di scarso ricambio d’aria; avvicinarsi della stagione invernale per un albero di Limone che deve, per forza di cose, rimanere all’aperto; arrivo (previsto grazie alle previsioni meteo) di importanti sbalzi termici, siano essi caldi o freddi; e naturalmente, passaggio talea da idro- o semi-idroponica a substrato. Volete sapere qual è il segreto di Algatron? È nel nome stesso: Alga Macrocystis. Questo biostimolante è, di fatti, un macerato di Alga Macrocystis, un’alga che contiene sostanze che aiutano ad aumentare la concentrazione di soluti all’interno delle cellule della pianta. Per farla breve, utilizzando Algatron, la vostra pianta sarà maggiormente in grado di mantenere il giusto livello di idratazione al variare delle condizioni atmosferiche dei giorni successivi. Sia chiaro, Algatron non fa miracoli, ma se utilizzato per tempo e nelle giuste dosi, il risultato è tangibile; o meglio non vi accorgerete quasi di cosa ha rischiato la vostra pianta, e andrete avanti tranquilli e beati.

    Quando il gioco si fa duro…

    Non siete state/i previdenti, o peggio ancora siete state/i tirchie/i pensando che, dopotutto, potevate fare a meno di un prodotto “di nicchia” come può sembrare un biostimolante, e ora vi ritrovate con piante stressate e stentate? Tranquilli, niente panico! C’è Sinergon Plus, sempre di CIFO. CIFO Sinergon Plus è un fitostimolante che, di fatti, si usa dopo che la pianta è stata sottoposta ad uno stress di qualunque natura, a differenza di Algatron che risulta utile prima dell’evento. Nello specifico è ottimo sia in casi di stress termico (troppo caldo o troppo freddo, magari anche prolungatamente), sia in casi di stress idrico (siccità o eccesso di acqua). Ecco nel caso di stress da eccesso idrico, va ovviamente impiegato nebulizzandolo sulle foglie, no di certo diluendolo nell’acqua di irrigazione. Sembra scontato, ma è meglio specificarlo. Oltre ad aiutarvi a risolvere queste situazioni di stress termico/idrico, però, Sinergon Plus è anche un ottimo alleato nella lotta contro i parassiti. In effetti, Sinergon Plus, grazie ai suoi componenti e all’energia diretta che è in grado di dare alla pianta, aiuta la pianta stessa a migliorare e velocizzare l’assorbimento degli antiparassitari che state impiegando (siano essi prodotti contro ragnetto rosso, afidi, cocciniglia, etc.). Insomma, dovete proprio averne una bottiglia in casa!

    Quando i dettagli fanno la differenza

    Ok gestire sbalzi termici e traumi…queste sono situazioncine che in genere si presentano con le piante da interno. Ma se volessimo dare una mano a piante fiorate o dare un supporto al mini-orto che stiamo cercando di allestire in balcone? Anche per questi casi c’è un biostimolante di riferimento: il Bio Oro, naturalmente, CIFO. Questo fitostimolante, è infatti particolarmente indicato per il supporto di fioriture e delle fasi successive, se ce ne sono. Nello specifico risulta molto utile durante l’allegagione, e cioè quella fase in cui il fruttino prende il posto del fiore. Una pianta su tutti, il Limone. Nel caso del Limone, come è noto, l’allegagione è spesso traumatica. Buona parte dei fruttini cade entro il primo mese. Una dinamica del tutto naturale. Fare la fotosintesi e far crescere fiori e frutti richiede molta energia; in più durante la primavera è difficile valutare il giusto apporto idrico da fornire, e spesso si sbaglia, dandone troppa. Il CIFO Bio Oro, supporta la pianta proprio in questa fase, e aiuta nel ridurre al minimo la perdita di fruttini. Inoltre, a quanto pare, supporta anche lo sviluppo dei frutti, migliorandone il sapore; e si può usare fino al giorno prima della raccolta, è bio 100% naturale. Insomma,  un vero toccasana, da utilizzare, a differenza degli altri due citati, solo diluito con l’acqua di irrigazione, mai sul fogliame.

    Considerazioni Finali

    Vi si è aperto un mondo, vero? Ora, sia chiaro, una pianta in vaso può vivere benissimo senza l’apporto di un biostimolante, il vero prodotto fondamentale per sostenerne la crescita e il nutrimento è il concime. Utilizzando un biostimolante, però potrete a tutti gli effetti affermare di essere passati ad un livello successivo di cure; soprattutto, potrete ridurre al minimo la famosa ansia da plant parent e guardare con ottimismo al futuro delle vostre amate piante.


    Altro in Caffè Tropicale

    Continua a leggere

    Piante sofferenti: le 5 regole per farle sopravvivere

    Piante sofferenti: le 5 regole per farle sopravvivere

    Scritto da Massimo Tortorici, 27 Lug 2022. Pubblicato in Caffè Tropicale.

    Sarà capitato a tutte/i di comprare una bella pianta da interno più o meno rara, attratte/i dal fascino decorativo del suo fogliame, e dalla sfida di voler fare un passo in più nella coltivazione delle piante da interno. Qualche informazione raccolta qua e là, un paio di dritte captate dal vivaista e una serie di contenuti social utili a partire nel migliore dei modi. Ok, il primo mese va alla grande, ma tutti gli altri? Succede spesso che, ad un certo punto, dopo diverse settimane o alcuni mesi di tranquillità, la vostra bella pianta nuova dia segni di sofferenza. Questi possono essere più o meno evidenti, a effetto graduale o improvviso, con conseguenze più o meno gravi. La vostra reazione però può essere solo una: “Devo fare qualcosa”. Già, ma cosa? In questo articolo, proverò a suggerirvi alcune regole generali che si possono applicare in tutti o quasi tutti i casi di piante da interno che rischiano più o meno la vita.

    Regola numero 1: osservare la propria pianta

    Per prima cosa, bisogna osservare le proprie piante. Non basta guardarle, o meglio, bearsi ogni tanto di quanto sono belle è sicuramente un’attività appagante. Quello che va fatto è prendersi un momento ogni settimana per guardare da vicino le foglie, l’unico vero specchio immediato della salute di una pianta. È fondamentale farlo, più che altro perché quasi tutti i problemi che può avere una pianta da interno, se riscontrati e affrontati nella fase iniziale, possono essere facilmente (diciamolo sottovoce) risolti. Proviamo a fare qualche esempio:

    • Foglie con sostanza appiccicosa sul fronte e soprattutto sul retro: presenza di ragnetto rosso, acari o cocciniglia
    • Foglie con piccole ragnatele lungo la nervatura centrale e puntini bianchi sulla pagina: ragnetto rosso o acari
    • Foglie con margini marroni che si allargano gradualmente: eccesso di umidità nel terreno e possibile marciume radicale
    • Foglie che diventano gialle e cadono velocemente, senza seccare: in alcuni casi ragnetto rosso/acaro, in altri (tipo Ficus Elastica e Ficus Benjamin) troppa acqua somministrata
    • Foglie che si abbassano o che seccano: carenza idrica
    • Foglie rugose che cadono in poco tempo: shock termico e posizione non ottimale (troppo caldo o troppo freddo)

    Che siano Calathee, Alocasie, Monstere, Filodendri, Crassule, o qualsiasi altra aracea, cactacea, etc. queste sono situazioni che possono riscontrarsi su qualunque pianta.

    Regola numero 2: analizzare lo stato delle radici

    Se dalla vostra ispezione settimanale avete, ahimè, riscontrato la presenza di un problema, ma non avete ancora capito di che tipo sia e come intervenire, allora dovete per forza passare alla fase successiva: il controllo delle radici. Le radici possono infatti essere la fonte del problema. Dalle radici la pianta assorbe tutti i nutrienti che le sono necessari per crescere, produrre nuove foglie e/o fiori, mantenere un aspetto sano. Se il problema non è di natura parassitaria, né associabile alle condizioni esterne, allora dovete ricercarlo sottoterra. Estraete delicatamente la vostra pianta dal vaso, ripulite la parte inferiore del panetto dalla terra, fino a scoprire le radici. Se state facendo questa operazione perché avete riscontrato un problema sul fogliame della vostra pianta, allora è molto probabile che la terra attorno alle radici sia molto umida e compatta, soprattutto se il substrato è formato principalmente da terriccio universale e non da tutti gli altri elementi che facilitano drenaggio e areazione. In questo caso andateci molto piano nel ripulire le radici dalla terra. Comunque, se c’è un problema legato alle radici, dovreste riscontrare:

    • Radici molto scure, mollicce, che si sfaldano molto facilmente: non c’è dubbio, si tratta di marciume radicale, in stato più o meno avanzato
    • Radici sottili e bianche, come ammuffite: attacco fungino in corso

    Regola numero 3: adottare la soluzione al problema

    Individuato un problema, non resta che risolverlo. Ogni problema ha la sua soluzione, teoricamente. Nel blog Caffè Tropicale ci sono alcuni specifici articoli di approfondimento. Bisogna vedere a che stadio di avanzamento lo avete intercettato, il problema. Più tardi è, meno efficace sarà la soluzione da adottare. Ecco perché è fondamentale osservare frequentemente le nostre piante, anche quando sembrano in perfetta salute. Avete trovato ragnetti e acari? Usate un prodotto specifico. Avete trovato radici marce? Eliminatele e reinterrate la vostra pianta, cambiandone il substrato, se quello in cui sta non è adatto e stando più attente/i a come e quanto irrigate. Quello che è certo è che, affinchè la vostra pianta “malata” si riprenda, ci vorrà del tempo, come sempre accade in natura.

    Regola numero 4: essere pronti a soluzioni radicali

    Nel mondo delle piante da interno non ci sono mai soluzioni sicure al 100% e a volte può essere davvero difficile comprendere in tempo qual è il vero problema, o comunque riuscire a risolverlo realmente. Tutte le piante hanno però un aspetto in comune: sono in grado di rigenerarsi. Bisogna sempre tenerlo a mente, quando si pensa non ci sia più modo di salvare la nostra pianta. L’importante è non aver paura di adottare soluzioni drastiche. Avete trattato più volte la vostra Alocasia con un prodotto specifico, ma alla fine il parassita di turno ha avuto la meglio? Non siete riusciti ad arginare l’attacco fungino che ha atrofizzato le radici del vostro Ficus Lyrata? Avete diradato le annaffiature, ma le foglie della vostra Monstera Deliciosa continuano a macchiarsi di marrone? Nessun problema, prendete un paio di forbici, ricavata una o più talee apicali e immergetele in acqua aspettando che spuntino nuove radici. Oppure fate in modo che i rizomi (nei casi in cui ci sono, come per Alocasie) rimangano vivi, mettendoli in acqua, o in perlite, oppure ancora adagiati su un letto si sfagno tenuto sempre umido. Insomma, quello che dovete fare è, di fatti, propagare la vostra pianta, o comunque farla ripartire da zero, cercando di sfruttare al meglio le parti sane che ne rimangono. Tutto questo grazie a due alleati fondamentali: Acqua e Luce.

    Regola numero 5: non perdere mai la speranza

    Questa è la regola principale tra tutte quelle citate. Spesso infatti ci si scoraggia, soprattutto quando, nonostante l’adozione di una possibile soluzione al problema riscontrato non da’ i frutti sperati. “Azzerare” la situazione, ripartire da zero è psicologicamente molto duro, ma a volte è esattamente ciò che deve essere fatto per alimentare le speranze residue di salvare la nostra pianta, con cui, evidentemente, si è ormai stabilito un rapporto. In alcuni casi, bisogna attendere molto, come ad esempio per le Calathee: spesso succede che questo tipo di piante si prendano “un coccolone” improvviso, perdendo tutto il fogliame in maniera inesorabile. L’unica cosa che potrete fare è cercare di restituire alla vostra Calathea le condizioni migliori per prosperare (luce, temperatura e, soprattutto, substrato adatto). A volte, con il fogliame praticamente azzerato, può accadere che dopo alcune settimane di apparente morte, sbuchi di colpo una nuova foglia dal terreno. Miracolo? No, semplicemente “Natura”. Ah, ovviamente dovete crederci, ogni tanto il vaso con la vostra ex Calathea va innaffiato, immaginando che lì ci sia una pianta.

    Considerazioni Finali

    Lo avrete capito, o forse lo saprete già, perché ci siete passate/i. Una volta che cominciate a mettervi delle piante dentro casa, queste diventano veri e proprio componenti della famiglia, creature a cui dedicare attenzioni e cure, anche nei momenti più difficili. E vedrete che quando supererete un problema apparentemente insormontabile, la soddisfazione di essere riuscite/i a salvare la vostra amichetta verde, sarà una delle sensazioni più appaganti che abbiate mai provato.


    Altro in Caffè Tropicale

    Continua a leggere

    Piante uguali ma diverse: quando l’errore di classificazione è dietro l’angolo

    Piante uguali ma diverse: quando l’errore di classificazione è dietro l’angolo

    Scritto da Massimo Tortorici, 30 Giu 2022. Pubblicato in Caffè Tropicale.

    “Guardate che bello il mio Scindapsus Aureus con le sue foglie verde brillante”; “Raga, questa Monstera Minima mi fa impazzire, guardate come è cresciuta in altezza!”
    Quante volte abbiamo letto o sentito frasi del genere, nelle decine di contenuti fruiti tramite i social e abbiamo pensato che quelle piante si chiamassero proprio in quel modo. Curiosi/e, siamo andati/e a cercare foto a supporto fra gli hashtag di instagram o su Google Immagini, avendone praticamente sempre conferma. Già, ma siamo sicuri/e che sia giusto così? Davvero Instagram e Google sono le fonti più autorevoli per consolidare le nostre conoscenze botaniche? Ovviamente no. Voi direte “vabbè, io chiedo al negozio di piante sotto casa o al mio vivaio preferito”. Beh, anche in questo caso camminate su un terreno scivoloso. Quando si tratta di nomi di piante, anche nei vivai più specializzati la trappola è dietro l’angolo: spesso le piante vengono proprio etichettate con nomi sbagliati! E allora che fare?

    Una fonte autorevole

    E allora bisogna cercare una fonte davvero autorevole: il libro di un esperto? NO. L’enciclopedia di piante in vendita in libreria? NO. Pianteincasa.com? NO 😀
    Ci vuole qualcosa di superiore, qualcosa tipo un Orto Botanico attivo in UK da oltre 250 anni, patrimonio dell’UNESCO dal 2003, esteso su 120 ettari, nei quali sono ospitate oltre 50.000 piante, punto di riferimento assoluto ed importante centro di ricerca in ambito botanico, con oltre 300 ricercatori. Di chi sto parlando? Dei Royal Botanic Gardens, Kew, meglio noti come Kew Gardens. Tra gli innumerevoli progetti portati avanti da questo centro di eccellenza mondiale, ce n’è uno molto utile per noi Plant Nerd: si chiama “Plants of the World Online”, una vera e proprio enciclopedia open source, dove sono stipati oltre 1,2 milioni di nomi di piante. Attiva dal 2017 e integrata con il World Checklist of Vascular Plants (WCVP), un dizionario sulle piante, curato sempre da loro, questa è una vera e proprio enciclopedia dove è possibile trovare i riferimenti di qualunque specie di pianta. Per riferimenti mi riferisco non solo al nome del Genere (es: Alocasia) e alla famiglia di appartenenza (es. Araceae); eh no, la cosa bella è che per ogni specie (es: Alocasia Zebrina), sono riportati anche i sinonimi (es: Alocasia Wenzelii, appunto un altro modo di chiamare la Zebrina). Quindi, se avete un dubbio sul nome di una pianta, basterà andare su plantsoftheworldonline, digitare il nome che avete in mente e scoprire se esiste come specie a sé, o se è semplicemente un altro modo di chiamare una specie botanicamente nota con un altro nome. La cosa bella è che, pur trattandosi di un’enciclopedia botanica, trovate anche i nomi comunemente usati (tipo “Orecchie di Elefante” per l’ Alocasia Macrorrhizos, Fiddle-fig Tree per il Ficus Lyrata), e anche in questi casi potreste trovare delle sorprese. E allora via con le rivelazioni!

    Filodendro o Monstera Deliciosa?

    Risolviamo subito un dubbio base che può sembrare assurdo ai più, ma che in realtà si vede in giro più di quanto si possa immaginare. La pianta con le foglie grandi e i buchi si chiama Monstera Deliciosa e appartiene alla famiglia delle Monstera. Non è un Filodendro. Speriamo che prima o poi tutti i vivai si allineino e la etichettino con il suo vero nome.

    Monstera Deliciosa vs. Monstera Borsigiana

    Ecco una di quelle discussioni che accendono i cuori di qualsiasi plant nerd. Quella che ho in casa è una Monstera Deliciosa o una Monstera Borsigiana? Le foglie della vostra Monstera Deliciosa sono più piccole di molte altre Monstera viste in giro? È qui che si insinua il dubbio nella vostra mente! Una volta immaginato che potrebbero esserci due specie di Monstera Deliciosa, ci si fionda su internet a cercare: e gli steli, e l’attaccatura delle foglie agli steli, e la dimensione delle foglie…tutte fantasie! La Monstera Deliciosa è UNA SOLA. Monstera Borsigiana o Monstera Deliciosa var. Borsigiana sono semplicemente sinonimi di Monstera Deliciosa. Se vi state chiedendo perché esistono Monstera Deliciosa con foglie enormi e Monstera Deliciosa con foglie piccole, leggete questo articolo.

    Epipremnum Aureum o Scindapsus Aureus

    Qui si comincia ad andare sul difficile. L’Epipremnum Aureum, chiamato dal 90% delle persone “Pothos” viene anche chiamato Scindapsus Aureus. Scindapsus ed Epipremnum. Le due piante però appartengono a generi diversi. E la differenza in effetti si nota. Prendete appunto un Epipremnum Aureum e uno Scindapsus Pictus e confrontateli: il secondo ha radici più sottili, steli più sottili, nodi più piccoli, foglie più piccole e delicate rispetto all’Epipremnum Aureum. Insomma, apparentemente uguali ma in realtà molto diverse. Detto ciò, potete anche usare Scindapsus Aureus come sinonimo di Epipremnum Aureum, ma sappiate che non è accettato da parecchi esperti botanici.
    Pensate sia finita qui la lezioncina sull’Epipremnum, vero? E invece no, ecco in arrivo una vera bomba: il termine “Pothos” non può essere utilizzato nemmeno come sinonimo di Epipremnum Aureum! “Pothos” infatti, è il nome di un vero e proprio genere distinto di pianta, declinato in decine di specie (tra le quali non c’è ovviamente l’Epipremnum Aureum). Ora, siccome qui siamo di fronte ad un errore che coinvolge il 90% dei piantologhi di tutto il mondo (forse anche il 99%), in questo sito web continueremo a chiamarlo Pothos, pur spiegando che in realtà il “Pothos” è tutt’altra pianta.

    Rhaphidophora Tetrasperma detta anche Monstera Minima

    Eh lo so, tutti noi la chiamiamo ogni tanto Rhaphidophora Tetra…etc. (ogni volta lo scrivo o pronuncio in modo diverso), ma quanto è più comodo chiamarla Monstera Minima? Beh, ho una brutta notizia per voi: secondo i Kew Gardens, “Monstera Minima” non è neanche lontanamente sinonimo di “Rhaphidophora Tetrasperma”. Anzi, stiamo parlando di due specie distinte, l’una appartenente al genere Monstera, l’altra al genere Rhaphidophora. E allora quale abbiamo in casa tutti/e noi: mi spiace, ma è quella con il nome più complicato, “Rhaphid…” Ok, avete capito! È un peccato, perché le somiglianze con la Monstera Deliciosa ci sarebbero, eccome. Però quello che dicono i ricercatori dei Kew Gardens non si discute, si prende per vero.

    L’appetito vien mangiando

    Bene, avete scaldato i motori? Ora si fa sul serio! Scherzo! Dico la verità, quando ho cominciato ad approfondire questo argomento, ero carico, ma poi mi sono reso conto che non sarebbero bastate 10 pagine di articolo per affrontare tutti i casi di confusione riguardanti i nomi di piante. Qui ho riportato quelli che mi sembravano più caldi. E soprattutto, l’obiettivo era quello di mettere a disposizione di chiunque incappi in questo articolo, uno strumento autorevole, facile da consultare, ottimo per ampliare le proprie conoscenze. Sta a voi scatenarvi e incendiare la barra di ricerca!


    Altro in Caffè Tropicale

    Continua a leggere