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5 piante con fiori adatte per balconi esposti a nord

5 Piante con Fiori Adatte a Balconi Esposti a Nord

Scritto da Massimo Tortorici, 13 Mag 2022. Pubblicato in Caffè Tropicale.

Se un balcone è esposto a nord il sole scarseggia, è vero, però l’intensità della luce, quella rimane ottima, siamo pur sempre abbastanza vicini al Tropico del Cancro. In più, le temperature sono tutto sommato buone.

“Ho un balcone esposto a nord, qui non cresce niente”; oppure “Io ho il sole solo un’ora la mattina e niente più, inutile provare a piantare qualcosa”. Quante volte, parlando di piante, vi siete confrontate/i con qualcuno che sosteneva di avere questi problemi? Anzi, è probabile che, se state leggendo questo articolo, siate direttamente interessate/i, perché vi siete rese/i conto che in realtà, forse, sono tutte scuse. Già, dire che a nord non è possibile far crescere nulla di interessante, potrebbe essere vero forse da Berlino in su, ma non qui da noi, non in Italia! Sia chiaro, la luce, il sole, è fondamentale per tutte le piante. In particolare, è opinione diffusa che più luce equivalga ad una maggiore fioritura. Tutto vero, le piante, per produrre un fiore, hanno bisogno di energia extra, energia che ricavano soprattutto dal processo di fotosintesi, oltreché dal nutrimento assorbito dal terreno. Se un balcone è esposto a nord il sole scarseggia, è vero, però l’intensità della luce, quella rimane ottima, siamo pur sempre abbastanza vicini al Tropico del Cancro. In più, le temperature sono tutto sommato buone. Ed è questo l’altro fattore che fa sì che qui da noi ci siano comunque diverse piante fiorate che si adattano bene ad essere coltivate in balconi esposti a nord. Volete alcuni esempi? Proseguendo nella lettura di questo articolo, ne troverete qualcuno.

Rododendro

Facciamo subito il primo esempio di pianta che, nel suo ambiente originario prospera in pieno sole, mentre da noi preferisce stare a mezz’ombra: il Rododendro. Arbusto solito crescere (per la maggior parte delle varietà) in montagna, anche in posizioni soleggiate, il Rododendro ha bisogno di temperature non troppo alte: tradotto, se abitate nel centro-sud o comunque in una qualsiasi città d’arte italiana, anche del Nord-Italia, il Rododendro dovrete metterlo all’ombra. Il sole caldo dell’estate lo indebolirebbe troppo. Fiori splendidi con pistilli e screziature dei petali particolarissimi. Sì, ma stando a nord, fiorirà? Ma certo! Magari la fioritura sarà meno abbondante di quanto non lo sia nelle zone di origine, ma un Rododendro coltivato in un qualsiasi balcone italiano esposto a nord, con l’aiuto di un buon concime liquido, fa comunque la sua figura. Allo stesso genere, e cioè quello del Rhododendron, appartiene anche l’Azalea, pianta bellissima, che però mi permetto di mettere in secondo piano per tre motivi: è più difficile farla fiorire più anni di fila; sopporta meno il freddo, rispetto al comune Rododendro e la maggior parte delle varietà è decidua; è di dimensioni più contenute. Insomma, se volete una pianta abbastanza solida, duratura e un minimo affidabile, lasciate da parte le Azalee, prendete un Rododendro.

Camelia

Con questa il livello di eleganza tocca i massimi livelli di questo articolo. La Camelia, in particolare la Camellia Japonica (in assoluto la varietà più diffusa), è infatti un arbusto caratterizzato da fiori in grado di fare una seria concorrenza alle Rose. La forma in effetti, da lontano può apparire molto simile, ma la differenza è netta da vicino: i petali della Camellia Japonica si aprono praticamente in orizzontale e sono sovrapposti gli uni sugli altri, dando al fiore un aspetto molto pieno e rotondo. Il colore del fiore di Camelia va dal bianco, al rosa, al rosso (il secondo è quello che preferisco), spine non ce ne sono (altra differenza rispetto alle rose), le foglie sono abbastanza carnose. In generale, una Camelia, se in salute, è in grado di crescere parecchio e va potata solo per regolarne l’espansione. La fioritura a volte può essere talmente abbondante da indebolire la pianta. Non “preoccupatevi”, fiorisce solo tra marzo e maggio. Preoccupatevi sicuramente di metterla al riparo nella stagione invernale, questo sì: le correnti d’aria fredda possono farle parecchio male.

Ortensia

Su questa pianta ce ne sarebbe da dire. È inutile girarci intorno: l’aspetto più intrigante dell’Ortensia è il colore del suo fiore; ed è anche il motivo per cui molti, nel tempo, rimangono delusi. Il fiore dell’Ortensia, infatti può cambiare colore nel tempo. Il motivo risiede nel ph del terreno. Più il ph è basso, quindi acido, più il terreno sarà ricco di ferro, ed il fiore assumerà quindi un colore azzurro, più o meno carico; viceversa, se il terreno avrà un ph più alto, il fiore sarà rosa. Quindi, nel caso in cui voi compriate un’Ortensia per i suoi fiori blu, sappiate che, se negli anni volete continuare ad ammirare quel colore, dovrete garantirgli un terreno con un ph piuttosto acido. Comunque, non andiamo oltre, come detto ci sarebbe un bel po’ da scrivere. In questa sede aggiungo che l’Ortensia amerebbe anche il sole se solo il clima del vostro balcone non andasse mai oltre i 23 gradi (motivo per cui nelle Azzorre ci sono sterminate siepi di Ortensie tranquillamente in pieno sole). In Italia, spesso, proprio l’esposizione a nord garantisce il giusto equilibrio temperatura-luce congeniale all’Ortensia. Non potatela troppo, mi raccomando, tende a rifiorire sui rami dove lo ha già fatto.

Viburno

Diciamolo, questa è la pianta con la fioritura forse meno esaltante, tra tutte quelle trattate in questo articolo. Il Viburno è infatti un arbusto che fiorisce una volta sola l’anno, all’inizio della primavera. I fiori sono piccoli e si raggruppano in grappoli abbastanza appariscenti, di colore bianco, e durano in realtà diverse settimane. Già, ma quelli sono, finito il mese della fioritura non se ne vedranno altri fino all’anno successivo. La particolarità però, sta nel fatto che il Viburno (e mi riferisco alle varietà più diffuse), fruttifica, producendo bacche rosse, molto adatte al periodo dell’anno in cui spuntano, e cioè l’autunno. Il Viburno, a differenza delle altre piante di cui parliamo in questo articolo, in Italia si adatta sia al pieno sole che a mezz’ombra, essendo una pianta piuttosto rustica. Insomma, se volete avere una pianta molto affidabile, quasi immortale, da coltivare sul vostro balcone esposto a nord, con il Viburno non vi sbagliate.

Fuchsia

Eccoci arrivati alla chicca finale: la Fuchsia. Detta anche “Fucsia”, questa pianta è anche la più delicata tra le 5 nominate in questo articolo. La Fuchsia infatti è meno tollerante, sia al freddo (questo in realtà ce l’ha in comune con la Camelia) che al caldo. Il caldo intenso può arrestarne lo sviluppo, il freddo può ucciderla. Quindi, in parole povere, l’esposizione a nord, almeno per le regioni italiane, è la migliore, purché però il vaso sia traslocabile in una zona più riparata, durante l’inverno (mai in casa perché la Fuchsia ama gli ambienti ben arieggiati). Il fiore, particolarissimo, è il motivo, unico direi, per cui la si compra: un “calice” di un colore, da cui spunta una corolla di petali, spesso di un altro colore. Tonalità del rosa, arancio, malva, ce n’è per tutti i gusti, dipende dalla varietà che scegliete. L’importante è dargli, oltre alle giuste condizioni di “freschezza e luminosità”, il giusto apporto idrico, unito ad un buon concime per piante fiorate e il gioco è fatto: durante i mesi estivi avrete un bel cespuglio ricco di campanule bicolore!

Considerazioni Finali

Arrivati a questo punto, avrete capito che in realtà non ci sono piante a cui piace guardare a nord né piante a chi piace guardare a sud. Semplicemente, dovendo noi provare a riprodurre le condizioni il più simili possibili a quelle della loro zona di origine, e tenuto conto delle stagioni, ci sono piante che stanno alla grande in pieno sole e altre che soffrirebbero troppo e che si trovano quindi meglio a stare a mezz’ombra. Insomma, piantologhi esposti a nord, non disperate! Ce ne è anche per voi di piante, e che piante!


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Cocciniglia: come affrontarla ed eliminarla dalle piante

Cocciniglia: come affrontarla ed eliminarla dalle piante

Di Massimo Tortorici | Pubblicato in Caffè Tropicale il 26 – Aggiornato il 16 Apr

Copertina

È capitato a tutti di vedere, ad un certo punto, dei batuffolini di cotone sulle foglie delle nostre piante, in prossimità dell’attaccatura di queste al tronco; oppure di vedere dei simpatici puntini bianchi, delle “isolette” sparse sulle foglioline di un’Echeveria o su uno dei nostri mini-cactus. Carini vero? Peccato che dopo un po’ le vostre piante e piantine con “sprazzi di bianco” cominceranno a manifestare problemi: appassimento e decadimento delle foglie, difficoltà a sviluppare nuovi germogli, generale avvizzimento…e qui mi fermo. Se siete un minimo attente/i alle vostre piante, dovreste sapere che si tratta di Cocciniglia, uno dei parassiti apparentemente meno innocui nel mondo delle piante. In realtà, essendo un parassita, non è innocuo per definizione, e quindi, come tutti i parassiti, va affrontato ed estirpato.

Cocciniglia: varietà e condizioni favorevoli

Le Cocciniglie, al pari degli Afidi, e contrariamente a quanto avviene per il Ragnetto Rosso, sono dei parassiti facili da individuare. Ci sono tre tipi principali di Cocciniglia:

  • Cocciniglia Cotonosa o Farinosa: è di costituzione “morbida”, cotonosa appunto, attacca principalmente alberi da frutto e piante da fiore. È abbastanza facile da asportare.
  • Cocciniglia Elmetto o Ceroplaste: ben più coriacea rispetto alla precedente, è così chiamata perché ha dorso protetto da uno scudo di cera. Questa caratteristica, unita alle dimensioni più contenute, la rende più difficilmente asportabile rispetto alla Cocciniglia Cotonosa. Le varietà sono diverse (Ceroplastes Sinensis, Cocciniglia del Fico, Ceroplastes Japonicus,etc.), ma l’aspetto e gli effetti sulla pianta ospite sono molto simili. La si trova in colonie molto numerose, soprattutto sulle piante grasse.
  • Cocciniglia Radicale: come suggerisce il nome, si tratta di cocciniglia che attacca le radici della pianta. Ciò rende la cocciniglia radicale la più pericolosa tra le sue simili, in quanto non ci si può accorgere della sua presenza se non svasando la pianta. Attacca quasi esclusivamente piante grasse.

Ogni pianta è attaccabile dalla Cocciniglia. In inverno potete stare relativamente tranquilli, mentre a partire dai primi caldi primaverili, tenete gli occhi aperti. È il caldo, come per molti parassiti, la condizione che facilita la proliferazione della Cocciniglia. L’assenza di pioggia poi, non fa altro che rendere la vita più facile alla cocciniglia, che in realtà, con un paio di temporali estivo, potrebbe essere quasi del tutto debellata, in  maniera naturale. La cocciniglia odia l’acqua, prolifera su superfici secche. Proprio per questo motivo la cocciniglia radicale attacca quasi esclusivamente le piante grasse: se le mantenete bene, le annaffierete solo quando il terreno è completamente asciutto ed è proprio lo scarso apporto idrico che può far attecchire e sopravvivere la cocciniglia radicale.   

I sintomi di un’infestazione da Cocciniglia

Dei sintomi si è già accennato: appassimento e decadimento delle foglie, difficoltà a sviluppare nuovi germogli, etc. La cosa buona, rispetto ad esempio al Ragnetto Rosso, è che potete accorgervi per tempo della presenza della Cocciniglia: come per gli afidi, le cocciniglie sono di dimensione (e colore) abbastanza evidenti. Nel caso della Cocciniglia Cotonosa potrete individuare facilmente un bozzolo grande quanto l’osso di una ciliegia, spesso saldo sotto una foglia, in prossimità del tronco; si tratta della madre che cova i piccoli, che usciranno dopo pochi giorni. Avvenuto ciò, saranno loro che andranno in giro, al loro stadio larvale, piatto e ovale, a colonizzare la pianta. Qualora l’ospite indesiderato sia la Cocciniglia Elmetto, vedrete tante crosticine bianche attaccate alla vostra pianta. A volte si dice la Cocciniglia sia più “buona” rispetto agli altri parassiti, perché la rovina, ma non la uccide. In realtà dipende: se la Cocciniglia è del tipo Ceroplastes (Cocciniglia Elmetto) e infesta una piccola pianta grassa, vedrete che non ci metterà molto a succhiar via la linfa della vostra amata piantina. Dimensioni della pianta attaccata e tipologia di Cocciniglia (quella Elmetto è molto più difficile da debellare), fanno la differenza tra una Cocciniglia “buona” e una “cattiva”. Discorso a parte per la cocciniglia radicale che, come già detto, non è visibile in quanto attacca le radici. L’unico sintomo che può farvi sospettare la sua presenza, è una mancata crescita della vostra succulenta nel pieno della bella stagione (primavera-estate) e un aspetto un pò troppo smunto, asciutto rispetto a quello a cui in genere quella specifica pianta vi ha abituato. Svasatela e verificate se c’è roba bianche sulle radici.

Come eliminare la Cocciniglia in tre passi

Eccoci arrivati alla sostanza. Una volta individuata la Cocciniglia, nello specifico quella Cotonosa e quella Elmetto, cosa fare? Di seguito i 3 step, i 3 passi fondamentali per riuscire ad eliminarla. Tenete conto che spesso sarà necessario ripetere l’intero ciclo più di una volta, a seconda dello stadio di avanzamento dell’infestazione, dei rimedi scelti e della vostra bravura nell’applicarli.

1. Asportare le Cocciniglie

Alcuni possono pensare di saltare questa operazione, un po’ perché, soprattutto in caso di Cocciniglie Elmetto può essere un’operazione lunga e minuziosa, un po’ perché “tanto spruzzo il prodotto anti-cocciniglia e via”. Giusto. E però, se la pianta è piccola, o se l’infestazione è circoscritta, tanto vale dedicare 15 minuti del proprio tempo, no? Se fatta bene quest’operazione, potreste addirittura saltare lo step 3, risparmiando soldini, ed evitando alla vostra pianta ulteriore stress gratuito. Per rimuovere la Cocciniglia, nel caso di quella Cotonosa, vi basteranno uno o più cotton-fioc, imbevuti di acqua o alcol etilico. Nel caso della Cocciniglia Elmetto, sempre più cotton fioc ma necessariamente imbevuti di alcol etilico, vista la maggior resistenza. Eviterei l’utilizzo di stuzzicadenti, per evitare di bucare la vostra piantina.

2. Lavare la Pianta

Questa operazione è importante per due ragioni: la prima è che rimuove la cera e la melata appiccicosa lasciata dalle Cocciniglie, migliorando la respirazione della pianta e prevenendo l’arrivo di fumaggine, un fungo che ostacola la fotosintesi sulle zone in cui si deposita; la seconda ragione per cui bisogna “lavare” la pianta è che ciò la rende più scivolosa e meno attaccabile nei giorni successivi. Si parla di giorni appunto, perchè questa operazione può essere ripetuta a distanza di poco tempo dal primo lavaggio, per prolungare la protezione. Riguardo all’argomento, avrete sicuramente letto da qualche parte dell’efficacia del sapone di marsiglia contro la Cocciniglia. In realtà, opinione personale, con i “rimedi della nonna”, ci fate ben poco; o comunque dovrete faticare parecchio per raggiungere il vostro obiettivo. Il lavaggio con preparati a base di acqua e scaglie di sapone di marsiglia vanno ripetuti più volte in una settimana, e sono efficaci solo se l’infestazione non è in stadio avanzato. In alternativa, si può usare il bicarbonato, oppure un prodotto sempre naturale, a base sì di sapone di marsiglia, ma anche di altri elementi, come CIFO Sapone Molle . Disponibile sia pronto per l’uso o da diluire in acqua, questo prodotto è 100% naturale e biodegradabile. Quindi nel caso lo dobbiate diluire, non ci sono problemi per gli organismi acquatici, qualora ne versiate il residuo nel lavandino. Soprattutto, questo prodotto può essere applicato su alberi da frutto e piante in fiore senza alcun impatto su insetti impollinatori (e su noi stessi, nel caso ci siano frutti pronti ad essere raccolti).

3. Applicare un prodotto Anti-Cocciniglia

Lo step finale è sempre raccomandato. Più che altro per non dover ricominciare da capo due settimane dopo il lavaggio. È possibile scegliere tra prodotti più o meno naturali. Tra quelli naturali il più efficace è l’Olio di Neem, un estratto utile sia come antiparassitario, sia come rafforzatore della fotosintesi, ottimo perchè in grado di attraversare l’intera lamina fogliare, nutrendo al tempo stesso la pianta. Altro prodotto naturale molto valido è l’Olio di Lino, che, come l’Olio di Neem, agisce per contatto. Tra i prodotti chimici, per la Cocciniglia, funzionano anche quelli “Universali”. Ottima notizia, considerato che, nel corso della stagione calda, le vostre piante potrebbero essere attaccate da altri parassiti. Di seguito un paio di suggerimenti:

Olio di Neem: in caso optiate per l’Olio di Neem dovrete ripetere il trattamento ogni settimana. Mediamente dopo 3-4 trattamenti, il problema è risolto, ma dipende dal livello di gravità dell’infestazione.

CIFO Olio di Lino: come detto, alternativo all’olio di neem questa di CIFO è una soluzione di qualità e molto pratica, dal momento che la miscela è già pronta. Per quanto riguarda frequenza e numero di trattamenti, non cambia nulla rispetto all’olio di neem.

KB BioPolysect: utilizzabile anche contro Ragnetto Rosso, Acari e Mosca Bianca, questo prodotto  a base di olio di colza è un passepartout per la salute delle vostre piante.

Perchè è meglio non usare l’Olio Bianco

Un’ultima cosa sui possibili prodotti da impiegare: tra questi non ho citato l’Olio Bianco, di cui forse avrete sentito parlare. Non mi sento di consigliarlo per un semplice motivo: l’olio bianco agisce per soffocamento sulla cocciniglia, costituendo una patina sulla superficie della pianta. Il guaio è che, ricoprendo la pianta, rende molto più difficoltosa la respirazione dei tessuti e, soprattutto in estate (che è il periodo in cui la cocciniglia prolifera), questo potrebbe essere un problema. Col caldo e le tante ore di luce, le piante “respirano” molto di più, sono molto più attive; andare ad impiegare un prodotto che incide su uno dei loro processi vitali, non è proprio il massimo.  

E la cocciniglia radicale?

Non mi sono dimenticato di lei, la più insidiosa tra le cocciniglie, la cocciniglia radicale. È chiaro che i metodi sopra descritti non possono essere applicati a questo tipo di cocciniglia, purtroppo. O meglio i concetti restano gli stessi, il lavaggio delle parti attaccate e la rimozione dei parassiti, ma trattandosi di radici, una parte davvero delicata della pianta, non mi sento di suggerire l’impiego di prodotti specifici. A parte il sapone di marsiglia! Già, in questo caso può aver senso usarlo. Più nel dettaglio, quello che dovrete fare è certamente la sostituzione completa del substrato di coltivazione. Prima però dovrete procedere al lavaggio delle radici. Aiutatevi con un pennellino imbevuto costantemente in una soluzione ben amalgamata di acqua e sapone di marsiglia (circa 10-15 grammi per mezzo litro d’acqua). Fate un lavoro minuzioso, le radici devono essere belle pulite, senza un granello di cocciniglia, e di terra. Una volta pulite, lasciate la pianta asciugare per qualche giorno e rimettetela poi a dimora, in terriccio nuovo, somministrando acqua. Il problema non dovrebbe più ripresentarsi.

Considerazioni Finali

La Cocciniglia, per quanto più semplice da trattare rispetto ad altri ospiti indesiderati, è pur sempre un parassita e come tale va affrontato. Non esistono metodi per prevenirne la comparsa, ma essendo molto facilmente individuabile, una cosa la potete fare: ogni anno, tra febbraio e marzo, al cambiare delle temperature, esaminate spesso le vostre piantine; in estate se avete dubbi su qualche pianta grassa, svasatela senza esitare. Al primo accenno di puntini o batuffolini bianchi, via al lavaggio!


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5 Piante con Fiori Ideali per Balconi in Pieno Sole

5 Piante con Fiori Ideali per Balconi in Pieno Sole

Scritto da Massimo Tortorici, 5 Apr 2022. Pubblicato in Caffè Tropicale.

Con questo articolo provo a darvi qualche idea in più, per far esplodere di fiori, e senza grosso sforzo, il vostro balcone esposto a favore di sole.

Siamo in primavera, e come ogni primavera che si rispetti, c’è una vera e propria corsa a riempire i propri balconi e terrazzi con piante e fiori di ogni tipo. I vivai sono letteralmente presi d’assalto, e anche i supermercati più forniti provano a partecipare a questa grande festa delle piante fiorate. I più venduti sono sicuramente loro, le piante più resistenti, facili da coltivare e in grado di riempirsi di fiori del colore che preferiamo: i Gerani. Seguono in classifica le Margherite: Perenni, Africane, Alpine, ce n’è per tutti i gusti. Ma siamo sicuri che sia la scelta migliore? Entrare, ogni primavera, in un vivaio per comprare piante fiorate da mettere in balcone, è davvero quello che vogliamo? Margherite e Gerani hanno qualche limite. Le Margherite, soprattutto in Nord-Italia rischiano grosso in inverno e, se arrivano all’anno successivo, rimane solo la parte alta della pianta, lasciando in vista dei tronchi legnosi non proprio bellissimi. I Gerani sono molto resistenti, è vero, ma sono spesso attaccati dalle famose Farfalle del Geranio, e, un attacco dopo l’altro, si rovinano. In ogni caso, sono entrambe scelte condivisibili, ma forse, nel momento in cui pensate di abbellire il vostro balcone mediamente assolato, non state considerando tutte le opzioni. Con questo articolo provo a darvi qualche idea in più, per far esplodere di fiori, e senza grosso sforzo, il vostro balcone esposto a favore di sole (se avete un balcone esposto a Nord, in quest’altro articolo provo a darvi qualche altro consiglio).

Plumbago

Cominciamo dalla pianta che più assomiglia ad una delle due nominate poco fa: il Plumbago. La somiglianza, nello specifico, è con il Geranio. Il fiore del Plumbago ha un aspetto molto simile a quello del Geranio, con il quale condivide anche il non-profumo. Il portamento però è totalmente diverso. Il Plumbago, infatti, viene anche chiamata Gelsomino Azzurro, per il suo portamento cespuglioso, per la sottigliezza degli steli e per l’aspetto delle foglie. I cespugli di Plumgabo, se gli si da spazio, possono raggiungere dimensioni davvero notevoli, durante la bella stagione. Questo aspetto, unito al fatto che è in grado di produrre tanti fiori azzurri, uno dopo l’altro (se usate un buon concime liquido per piante fiorate), è la chiave del successo del Plumbago. Una pianta in grado di occupare pienamente tutto lo spazio a propria disposizione e che, tra l’altro, è molto resistente ai parassiti. L’unico aspetto vagamente negativo da considerare è la perdita parziale di foglie, in inverno. Voi potatelo a dovere e vedrete che ad ogni primavera esploderà, prima di germogli, poi di fiori.

Lantana

Questa è forse la pianta di minor appeal tra quelle proposte in questo articolo. Già, ma la Lantana è anche super affidabile. Per quale motivo è di scarso appeal? Beh, perché la si trova davvero dappertutto, aiuole, giardini pubblici e privati, zone incolte. Il motivo è molto semplice: la Lantana è una pianta coriacea, in grado di resistere, soprattutto ai parassiti. I fiori della Lantana (anche in questo caso, non profumati) sono piccolini e si raggruppano a formare un ombrellino, spesso con un colore di base espresso in 2-3 gradazioni differenti; si parte ad esempio dal giallo dei fiorellini più centrali di un singolo gruppo, passando poi all’arancione e quasi al rosso per i fiorellini più esterni. A dir la verità il colore è sempre lo stesso, ma con il passare dei giorni i primi fiorellini sbocciati (quelli esterni) scuriscono. La Lantana, con l’inverno, tende a rovinarsi, ed è consigliata la potatura. In primavera sarà una delle prime piante a germogliare, vedrete, e, se la posizione scelta è molto assolata, dovrete fare anche una potatura di mezza estate, se non vorrete che i suoi lunghi rami arrivino fino al balcone del piano superiore al vostro!

Fiore di Plumbago
Fiore di Lantana

Hibiscus

Questa è la pianta fuori categoria. Non tanto per il profumo dei fiori (anche in questo caso, niente profumo), quanto per la loro dimensione. Basti pensare che un singolo fiore di Hibiscus, con il suo iconico pistillo e i suoi grandi petali equivale, in dimensioni, a circa 15 “grappoli di fiori” di Lantana! I colori accesi dei fiori di Hibiscus sono in grado di regalare emozioni e toni esotici a qualsiasi balcone. Una bellezza che va preservata con un minimo di sforzo in più, rispetto alle altre piante presentate in questo articolo. In particolare, sono due i nemici principali dell’Hibiscus: gli afidi e il freddo. Per i primi, l’aspetto positivo è che si tratta di parassiti facili da individuare e anche da trattare, come spiego meglio in questo articolo. Per quanto riguarda il freddo (invernale), invece, potete ovviare coprendo la pianta con tessuto non-tessuto, oppure spostandola in posizione più riparata, ma pur sempre soleggiata. Dare ai vostri Hibiscus qualche ora di sole diretto, anche in inverno, è fondamentale. Non spaventatevi se durante l’inverno (e a inizio primavera) i fiori saranno più piccoli e scoloriti. Con l’arrivo della primavera, riacquisiranno colore e dimensione che vi hanno fatto perdere la testa il giorno in cui li avete comprati.

Dipladenia

Ecco un’altra pianta che, come la precedente, ha un background fortemente esotico. Rispetto alle precedenti, la Dipladenia, ha un portamento del tutto diverso: né cespuglioso, né arbustivo, ma rampicante. Per la verità, non c’è nessun obbligo di far crescere le vostre Dipladenie su un traliccio, anzi, molti le lasciano crescere selvaggiamente in modalità ricadente. Però una Dipladenia riesce molto bene in modalità rampicante, più che altro per la sua capacità di riempire lo spazio a disposizione con fiori di dimensione media, coloratissimi, e soprattutto continui per l’intera stagione calda. A prescindere dal portamento che preferite, la Dipladenia in inverno va potata, per farla ripartire sana e rigogliosa in primavera. Anche lei, come l’Hibiscus, soffre un po’ gli attacchi degli afidi; come detto però non è così difficile individuarli e debellarli. Di colori dei fiori ce n’è diversi, potrete sbizzarrirvi. Un paio di Dipladenie, insomma, non ve le toglie nessuno!

Fiore di Hibiscus
Fiore di Dipladenia

Rincospermum

Dopo tante piante con fiori bellissimi, ma non profumati, eccone una che capovolge la regola: il Rincospermum, detto anche Falso Gelsomino. Questo nomignolo è dovuto difatti a diverse somiglianze che questa pianta ha con il Vero Gelsomino, in particolare i fiori: bianchi, della stessa forma e, soprattutto, profumatissimi come quelli del Gelsomino. La fioritura del Rincospermum però, avviene prettamente in un’unica ondata, entro metà primavera e in quantità industriale. Il profumo è irresistibilmente forte e perdura per un paio di settimane. Un peccato però, il fatto che non duri fino ad ottobre, direte voi. Vero, ma il Rincospermum ha dalla sua il fatto di essere in grado di riempire molto più un traliccio, un’intera parete, o una cancellata di verde (e di bianco, quando fiorisce), rispetto al Vero Gelsomino, più cespuglioso e disordinato; in più è molto resistente, sia alle correnti d’aria fredda, sia agli attacchi parassitari. Insomma, se volete andare sul sicuro per avere una fitta siepe, all’occorrenza fiorata e profumata, andate sul Rincospermum.

Considerazioni Finali

Le piante citate in questo articolo, sono solo alcune delle possibili piante con fiori da tenere in considerazione per abbellire i propri balconi, terrazzi, giardini. I Gerani sono sempre una delle scelte migliori, sia chiaro, altrimenti non avrebbero il successo di massa che hanno. Se però lo spazio che volete riempire è ben soleggiato, e le temperature minime della vostra zona non vanno quasi mai sotto lo zero, sappiate che potete sbizzarrirvi: Hibiscus, Dipladenie, Lantane…prendetene 2-3 varietà per ciascuna e lasciate che il vostro balcone esploda di colori accesi per tutta la bella stagione!


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Quale terriccio usare per il rinvaso di una pianta

Quale Terriccio Usare per il Rinvaso di una Pianta

Di Massimo Tortorici | Pubblicato in Caffè Tropicale il 18 – Aggiornato l’8 Mar

Breve guida sulle proprietà che deve avere un substrato per piante da interno e sugli elementi utilizzabili.

È primavera, avete tanta voglia di fare e l’entusiasmo non vi manca, in tutti i campi. Se vi piacciono un po’ le piante, state pensando “Finalmente è arrivato il momento di rinvasare quell’Anthurium che non entra più nel vaso” o ancora “Ora sostituisco il terriccio di quella Calathea, è lo stesso da due anni!”. Ed ecco che vi viene in mente quel terriccio universale bio che avete visto in offerta al supermercato dove siete solite/i andare. Possiamo dirlo, non state facendo una scelta ottimale. In questo articolo proveremo a spiegarvi perché, dandovi anche qualche consiglio sul tipo di terreno più adatto per le vostre piante.

Perchè il terriccio universale non va bene

Partiamo dal concetto principale. Il terriccio “Universale”, quello che viene venduto come compatibile con tutte le piante coltivabili sulla faccia della terra, non va bene, almeno non per le piante da interno. Specifichiamo: non va bene se usato da solo, ma potrebbe essere OK se mischiato a tutta una serie di altre cose. Vi starete chiedendo “perché non va bene? Le piante stanno in terra, il terriccio è universale, quindi..” eh no, qui sta l’errore! Quelle che teniamo in casa, sono piante che in natura, non fanno crescere le loro radici in un vaso di diametro 30 cm e altezza 25, non vivono in un ambiente privo di insetti e micro-organismi, con ricircolo dell’aria minimo e non sopravvivono in condizioni di luce non esattamente corrispondenti ai loro desideri. Insomma, il problema per cui non va bene usare solo il terriccio universale per un rinvaso, vi sembrerà strano, ma è collegato a tutti questi elementi.

Cosa serve al substrato di una pianta da interno (e da esterno)

Volete sapere cosa serve al terreno in cui mettete a dimora la vostra bella pianta quando la rinvasate? Le seguenti condizioni:

  • Apporto nutritivo costante
  • Umidità a livelli congeniali
  • Buon livello di arieggiamento
  • Capacità Drenante

Sembra complicato, ma in natura, in realtà, è tutto molto semplice. Gli animali che “pascolano” nei dintorni di qualsiasi pianta forniscono l’apporto nutritivo costante di cui esse hanno bisogno, principalmente grazie alle loro deiezioni. Lo stesso fanno gli insetti che abitano nel terreno, che, inoltre, lo smuovono continuamente, garantendone l’arieggiamento. La pioggia, oltre a bagnare terriccio e radici, fornisce l’azoto, fondamentale per la crescita di qualsiasi pianta. Il resto lo fa la composizione del terreno, ricco dei micro- e macro-elementi più adatti al tipo di pianta che vi cresce, in grado di massimizzare il livello di umidità esterno ed interno di quello specifico habitat, e di drenare l’acqua in eccesso (o di trattenerla) se serve. Magia? No, semplicemente Madre Natura. Quello che facciamo noi quando coltiviamo piante in casa, è provare ad imitarne la perfezione.

I limiti dei terricci specifici commerciali

Li abbiamo citati nell’introduzione. Si tratta di terricci venduti come ideali per piante verdi, per piante grasse, terricci per la coltivazione di agrumi, adatti a piante fiorate, etc. Ora, tutti questi terricci specifici sono in effetti diversi dal terriccio universale e, a seconda della categoria di piante per cui sono studiati, presentano delle componenti adatte a quel tipo di coltivazione. Il problema però è la concentrazione di questi elementi, molto scarsa, in tutti i casi. Facciamo un esempio: il terriccio per piante verdi in genere contiene perlite, elemento di cui si parlerà a breve; peccato che il rapporto sia 1 a 100 (un granello di perlite per 100 granelli di terra), quando invece dovrebbe essercene 20-25 volte tanto. Ora, per le piante che tenete fuori in balcone 12 mesi l’anno e per le piante grasse, questi terricci specifici vanno bene sempre, alla fine. E cioè sono ok perché, tutto sommato, stando fuori sperimentano condizioni ambientali più naturali (maggior ricambio d’aria, più luce, più fotosintesi e terreni che si asciugano prima). Per tutte le altre piante verdi, spesso tropicali, che tenete in casa, può esservi utile leggere le prossime righe.

Semplice Terriccio Universale

Elementi da utilizzare per un buon substrato

E allora, quali sono questi elementi magici che fanno crescere le nostre piante da interno sane e rigogliose?
Eccovi una breve sintesi:

  • Chips e Fibra di Cocco: componenti leggeri che si mantengono discretamente umidi, una volta bagnati. Non si compattano fra loro e occupando un discreto spazio, garantiscono un buon arieggiamento.
  • Perlite, Pomice, Lapillo Vulcanico: materiali porosi, in grado di farsi attraversare facilmente dall’acqua e di trattenerne la giusta quantità; fondamentali per mantenere il giusto livello di umidità. La perlite è la più leggera tra i tre e trattiene meno acqua, ma è anche l’inerte più facile da trovare in commercio. 
  • Bark: ricavato dalla corteccia di pino, aiuta a creare spazi nel terreno, aumentando il grado di traspirazione ed evitando che le radici soffochino. Meno impermeabile della fibra di cocco, ma più facilmente asciugabile del terriccio vero e proprio.
  • Zeolite: minerale noto per l’elevata capacità di assorbire chimicamente gli elementi nutritivi dei concimi liquidi, rilasciandoli gradualmente. Sul mercato ci sono alcuni substrati fatti di vari materiali minerali aventi queste proprietà (inclusa la Zeolite e la Pomice) come ad esempio il Lechuza-Pon. Un altro minerale valido, con caratteristiche simili alla Zeolite, in termini di leggerezza e capacità di massimizzare la resa dei concimi liquidi è la Vermiculite.

Questi appena elencati, sono elementi che possono essere usati mischiati tra loro, con o anche senza l’aggiunta di terriccio.

Bark
Fibra e Chips di Cocco

Come compongo il mix adatto alle mie piante?

Il Mix adatto per le vostre piante andrà deciso sicuramente tenendo conto delle caratteristiche degli elementi illustrati nel paragrafo precedente. Non solo però. Già, perché l’altro elemento da considerare, siete voi. Bisogna infatti tener conto del fatto che meno terriccio nel mix equivale a maggior capacità drenante (cioè molta più acqua che viene espulsa dai fori di drenaggio, anziché rimanere dentro il vaso), e a maggior facilità di asciugatura del mix stesso; tradotto, minore sarà la quantità di terriccio che userete nel mix, maggiore sarà la frequenza delle annaffiature. Quindi, se pensate di non essere in grado di innaffiare ogni settimana e di non avere troppa pazienza nel far scolare l’acqua in eccesso (che non deve assolutamente rimanere nei sottovasi), usate più terriccio, altrimenti, osate pure!
Vediamo alcuni esempi di mix:

  • Marantacee (Calathea, Maranta Leuconeura): piante che hanno bisogno di mantenere un elevato livello di umidità del terreno. Un buon mix potrebbe quindi essere composto da: 30% terriccio, 30% perlite e/o pomice/lapillo, 15% Fibra e Chips di Cocco, 20 % Bark, 5% Zeolite o Pon.
  • Aracee (Alocasia, Monstera, Pothos, Philodendron): piante che hanno bisogno di mantenere un livello di umidità buono e costante. Un’idea potrebbe essere: 20% terriccio, 25% perlite e/o pomice/lapillo, 25% Fibra e Chips di Cocco, 25% Bark, 5% Zeolite o Pon.
  • Altre piante che hanno esigenze di umidità del terreno più basse rispetto ai casi precedenti (Ad esempio Ficus, Kenzia, Pilea Peperomioides): 20% terriccio, 25% perlite e/o pomice/lapillo, 30% fibra e chips di cocco, 20% bark, 5% Zeolite o Pon.

Naturalmente, tutti questi elementi vanno mischiati assieme, non vanno messi a strati all’interno del vaso. Si tratta comunque di indicazioni di massima, e non è detto che abbiate voglia né modo di comprare tutti gli elementi illustrati. Di base però, oltre al semplice terriccio universale, la Perlite dovreste averla.

Perlite

Altri elementi utilizzati per creare substrati

In commercio, oltre a quelli citati sopra, ci sono altri elementi spesso utilizzati. Vi riportiamo la lista dei più illustri:

  • Torba: materiale naturale che ha la duplice funzione di ossigenare il terreno e nutrirlo. Spesso è presente nei terricci originari delle piante che compriamo, in quanto favorisce la germinazione. Se proprio volete usarne un pò, tenete conto che in molti terricci per piante verdi, ce n’è già in discreta misura.
  • Argilla Espansa: inerte spesso consigliato per aumentare il drenaggio del terreno; per capirci, va confrontato con Perlite e Pomice. Rispetto a queste ultime, però, l’argilla espansa, soprattutto quella da giardinaggio, è divisa in pezzi più grandi ed è meno porosa. Tradotto, trattiene più acqua e quindi mantiene il terreno più umido.
  • Sfagno: tipo di muschio che tutti avrete sentito nominare. Si usa spesso per fare supporti artigianali per Aracee e per far germogliare semi e rizomi. Meglio usarlo per questi scopi.
  • Humus di Lombrico: prodotto ottimo, con proprietà nutritive e di protezione dal marciume radicale. Fate conto che si tratti di concime a lento rilascio. Nel lungo periodo il suo effetto si estingue, quindi, se usate un buon concime liquido, va bene lo stesso.

Considerazioni finali

Se siete arrivate/i fino a qui, vuol dire che gli argomenti trattati un po’ vi hanno convinte/i. Quello dei substrati è un argomento in evoluzione e difficilmente troverete due piantologhi pseudo-esperti che usano le stesse composizioni. Una cosa però è certa: se introdurrete anche solo un terzo dei principi espressi in questo articolo, forse, un giorno non dovrete più pensare, quando una pianta sta male, “Forse le ho dato troppa acqua”.


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Rinvaso di una pianta: come e quando effettuarlo

Rinvaso di una Pianta: Come e Quando Effettuarlo

Di Massimo Tortorici | Pubblicato in Caffè Tropicale il 3 – Aggiornato l’8 Mar

Tutto quello che c’è da sapere per effettuare un rinvaso a regola d’arte.

Il rinvaso di una pianta, questa strana operazione che sembra l’azione più facile da fare quando si compra una pianta, la si da’ quasi per scontata. Si prende un vaso più grande, si aggiunge un po’ di terriccio, e via! Chi di noi, piccoli plantlovers, non l’ha mai pensato?! Eppure, rinvasare una pianta non è un’operazione così banale. Non tanto per il fatto di dover estrarre fisicamente una pianta ed inserirla in un altro vaso, quanto per il fatto che un rinvaso fatto male, non considerando i giusti fattori, può dare seri problemi alla vostra pianta. Vi è mai capitato di avere una pianta che in vaso originale, come da acquisto, andasse bene, salvo poi deperire progressivamente dopo averla rinvasata? Questo articolo è frutto di esperienza personale, scandita da errori, apprendimenti e successi nei rinvasi di piante da interno (e non solo).

Quando effettuare il rinvaso

Cominciamo dal “quando” si rinvasa. Ci si riferisce a due aspetti: il momento in cui la pianta ha bisogno di un rinvaso e il periodo dell’anno in cui farlo. In relazione al primo punto, i fattori che ci obbligano ad effettuare il rinvaso di una pianta sono i seguenti:

Vaso troppo piccolo

Tutte le piante che teniamo in vaso sono costrette a vivere in uno spazio a loro non congeniale, una sorta di prigione. Brutto come concetto, vero? Eppure è la realtà. Tutte loro, in natura, sono libere di spaziare e di far crescere le loro radici dove e quanto vogliono. Nei vasi in cui le teniamo non è così. Le radici crescono comunque, ma lo fanno in un ambiente ristretto, a volte facendo più e più giri lungo le pareti del vaso. Se poi le radici arrivano ad uscire dai fori di drenaggio sul fondo del vaso, è molto probabile che la pianta vada rinvasata. Se non è così, una volta l’anno provate ad estrarla dal vaso, a terreno asciutto, e date un’occhiata alle radici: se disegnano cerchi lunghi chilometri tutto attorno al panetto di terra, beh, anche in questo caso è ora del rinvaso!

Substrato di coltivazione non adatto

Diciamolo subito, il substrato di coltivazione quasi sempre non è di per sè un problema. Il problema potrebbe essere la sua resa in un ambiente totalmente diverso per luminosità e umidità, rispetto ad una serra di produzione, come sono in genere le nostre case. Nei primi giorni dovrete sempre vedere come si comporta il terriccio. Se non vi piace cambiatelo, ma mi raccomando, non peggiorate la situazione, scegliete il substrato giusto (vediamo più avanti come).

Substrato troppo zuppo

Altra cosa da verificare quando acquistate una pianta è quanto il terriccio è bagnato. Se la pianta è appena arrivata in negozio dalle serre di produzione, sarà probabilmente zuppa. Se la portate a casa in primavera/estate, nessun problema, fate asciugare qualche giorno e da lì si comincia a bagnare; se invece la comprate in autunno/inverno, può essere problematico, le piante possono metterci settimane ad asciugarsi, causa poche ore di luce, a meno chè non abbiate in casa delle valide grow lights. Per evitare marciume radicale , in questi casi è meglio cambiare terriccio, mettendone di nuovo e asciutto. Anche per questo le piante da interno che vendiamo nel nostro shop online, superano un adattamento in negozio di almeno 10 giorni. 

Perchè la primavera è il periodo migliore per rinvasare una pianta

Decantata da tutti come la stagione unica e assoluta in cui poter fare qualsiasi cosa alle proprie piante, la primavera è in effetti ottima per alcuni aspetti; per altri però, come ad esempio il rinvaso, non lo è, o perlomeno non è così fondamentale. Il motivo per cui la primavera viene spinta come stagione in cui effettuare i rinvasi è una solo: la capacità di ripresa della pianta. Quando effettuiamo un rinvaso, infatti, stiamo sottoponendo la pianta ad un piccolo shock: radici esposte, spesso spezzate in più punti, cambio di micro-clima per qualche minuto, nuovo mix di terra. Già, ma quanto può essere duro questo shock? Se fate le cose per bene, è superabilissimo. Se fate le cose così e così o non vi sentite sicure/i, beh, meglio aspettare la primavera. Con la stagione della rinascita, la pianta entra nella fase vegetativa, le radici crescono più facilmente, e risulta quindi più semplice far riprendere ed assestare la vostra pianta nel suo nuovo vasetto. Se però avete una pianta che soffre o che rischia seriamente di soffrire e vi trovate in pieno inverno, meglio effettuare il rinvaso. Se ciò può aiutarla a stare meglio, non ci sono stagioni che tengano.

La scelta del vaso: dimensioni e materiale

La scelta del vaso, quando si effettua un rinvaso, è molto importante. La parola chiave da avere in mente è gradualità. Per tutte le piante, vale cioè la regola di scegliere, ad ogni rinvaso, un contenitore leggermente più grande del precedente. Roba di 2-3 cm di diametro. Questo perchè, nel caso mettessimo una pianta in un vaso troppo più grande rispetto al suo apparato radicale, il substrato che riempie questa superficie extra rimarrebbe troppo umido e per troppo tempo, esponendo la pianta al rischio di marciume radicale. Dove ci sono radici infatti, l’acqua viene assorbita, dove non ce ne sono, invece, bisogna aspettare che si asciughi da sola. Parlando di materiali, poi, terracotta e, un pò meno, la ceramica, sono traspiranti, eliminano cioè l’umidità in eccesso dalle pareti; sono quindi ottimi per la coltivazione di piante grasse. I vasi in plastica, invece, non traspirano. Una cosa che dovrebbe sempre esserci è un drenaggio, assicurato da fori sul fondo. Solo così, quando si annaffia, l’acqua in eccesso defluisce. Per un approfondimento maggiore sulla tematica “vasi da scegliere per il rinvaso”, leggete questo articolo.

La scelta del giusto mix di terra

Eccoci arrivati al punto cruciale di questo articolo. La scelta del mix adatto è FONDAMENTALE per la salute e la crescita delle vostre piante. Gli elementi su cui valutare un mix di terra sono 3: la ricchezza di elementi nutritivi, la capacità drenante, il grado di arieggiamento. Vediamoli nel dettaglio.

Apporto nutritivo

Diciamo subito che questo elemento è il meno importante, semplicemente perché l’apporto nutritivo lo diamo con il concime. Un buon concime liquido somministrato con le dosi e i tempi giusti è più che sufficiente per nutrire le vostre piante. Se proprio volete dare un boost all’assorbimento dei nutrienti garantiti dal concime liquido, potete utilizzare della zeolite nel vostro mix di terra. La zeolite è un minerale leggero e poroso che ha la funzione di trattenere i nutrienti e rilasciarli gradualmente, garantendo alla pianta un nutrimento costante. Ovviamente, potrete sempre prevedere l’utilizzo di un concime granulare a lento rilascio, nel vostro terreno, in sostituzione del concime liquido e della zeolite. In ogni caso, un terreno senza zeolite e senza concime a lento rilascio, funzionerà lo stesso, a patto che utilizziate, quando serve, un buon concime liquido.

Capacità drenante

Questo è l’aspetto più importante da considerare quando predisponete il mix nel quale rinvasare le vostre piante. Per molte piante, si sa, avere un terriccio che rimane molto umido per diversi giorni, non è un bene. Non va bene neanche per quelle a cui si pensa che piaccia avere il terreno umido (tipo Calatee, Alocasie, etc.). No! Il terriccio, per queste piante, deve garantire un certo livello di umidità, che dev’essere, semmai, discreto e costante. Per le piante grasse invece il terriccio deve potersi asciugare rapidamente. Esigenze diverse insomma. E per esigenze diverse ci sono elementi diversi:

  • Chips e Fibra di Cocco: componenti leggeri che si mantengono discretamente umidi, una volta bagnati. Non si compattano fra loro e occupando un discreto spazio, garantiscono un buon arieggiamento.
  • Perlite e Pomice: materiali porosi, in grado di farsi attraversare dall’acqua e di trattenerne la giusta quantità da rilasciare nei giorni successivi; fondamentali per mantenere il giusto livello di umidità. Si può usare l’uno o l’altro, a me piace usarli entrambi.
  • Bark: ricavato dalla corteccia di pino, aiuta a creare spazi nel terreno, aumentando il grado di traspirazione ed evitando che le radici soffochino. Meno impermeabile della fibra di cocco, ma più facilmente asciugabile del terriccio vero e proprio.
  • Orchiata: fratello maggiore del bark, da utilizzare per rinvasi di piante importanti.
  • Terriccio universale: eh sì, c’è anche lui, per fortuna. L’unico elemento che fa fatica ad asciugarsi e che al tempo stesso tende a compattarsi con l’umidità.
  • Sabbia: la conoscete tutti, povera di nutrienti, granulare e facile ad asciugarsi.

Gli ultimi due elementi sono tipici dei terricci per piante grasse, e vi dico la verità, si trovano decentemente mixati nei terricci pre-confezionati per piante grasse. Io mi trovo bene, e le mie succulente pure! L’unico elemento che mi piace aggiungere è della pomice, per aumentarne le caratteristiche di traspirazione.

Tutti gli altri elementi, uniti sempre al terriccio universale, funzionano molto bene mixati insieme, nel caso di quasi tutte le piante da interno che non siano grasse, come spiego in maniera approfondita in questo articolo.

Grado di arieggiamento

Gli elementi che garantiscono un arieggiamento bello elevato li abbiamo già citati, in realtà (fibra e chips di cocco, bark e orchiata). Per cui, in questa sede specificheremo solo perché è importante arieggiare il terreno. Brevemente: più spazio e ossigeno per radici più in salute; maggiore capacità di asciugarsi per il terreno. Non serve altro.

Irrigare o no, prima e dopo il rinvaso?

Qui siamo ai dettagli. Ma, si sa, a volte i dettagli fanno la differenza. Irrigare la pianta prima di un rinvaso ha l’utilità di fornirle l’energia sufficiente a superare i giorni successivi al rinvaso, oltre che a rendere il terriccio originario più morbido. Quando si rinvasa una pianta, è facile rompere qualche radice. Le “cicatrici” hanno bisogno di qualche giorno per rimarginarsi del tutto e, in questo intervallo di tempo, bisogna evitare che ci sia troppa umidità nei loro dintorni, per scongiurare l’insorgere di marciume radicale o, peggio ancora, di malattie fungine. Dopo il rinvaso quindi, se si tratta di piante che vogliono comunque avere le radici sempre umide, sarà buona norma innaffiare leggermente il substrato, ma senza esagerare; se si tratta invece di piante grasse e succulente, potete attendere qualche giorno.

Il rinvaso vero e proprio

Diamo una serie di informazioni abbastanza note: sistemate dei pezzi di coccio sul fondo del vaso, aiuteranno a mantenere il fondo asciutto (nel caso vi sbagliaste con la quantità di terriccio nel vostro vaso). Rimuovete tutta la terra vecchia dal panetto radici-terra; liberatele le radici, liberatele il più possibile dai grovigli formatisi col tempo (eliminate le radici marce, se ce ne sono). Deponete la vostra pianta al centro del vaso e riempitelo con il vostro mix fino alla tacca interna del vaso (un bordo in rilievo 2-3 cm sotto il bordo vero e proprio); fate in modo che la vostra pianta abbia solo le radici interrate, non anche mezzo-tronco! L’ideale è fare in modo che la terra arrivi alla stessa altezza cui arrrivava prima del rinvaso. Dopodiché, attendete tutti i giorni necessari per procedere con la prima vera irrigazione, e il gioco è fatto!

Considerazioni Finali

Nulla da aggiungere, solo un GRAZIE per essere arrivate/i fino alla fine di quello che probabilmente è uno degli articoli più lunghi pubblicati su questo blog!


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Le 6 piante ricadenti che non possono mancare in casa

Le 6 Piante Ricadenti che non Possono Mancare in Casa

Scritto da Massimo Tortorici, 7 Feb 2022. Pubblicato in Caffè Tropicale.

Quante volte vi è capitato di meravigliarvi ammirando una bella pianta ricadente appesa sopra il bancone di un bar, penzolante nella vetrina di un negozio, o posizionata a cascata in cima ad una libreria o su una mensola nel soggiorno di un’amica/o? Ora, 9 volte su 10 quella pianta è un “Epipremnum Aureum”, meglio noto come “Pothos”. Però di piante che hanno queste caratteristiche ce ne sono molte e vi assicuro che una volta che cominciate con una, difficilmente vi fermerete lì. Piuttosto, dovrete stare attenti a non farvi prendere la mano, potreste finire col montare una mensola al mese in giro per casa, solo per il gusto di posizionarci sopra la vostra nuova pianta ricadente. Eccovi qui le 6 ricadenti che non potete non avere!

Pothos

Partiamo dalla più diffusa. Perché lo è? Ovviamente perché è in assoluto una delle piante più facili da curare! Il Pothos è una pianta che regge abbastanza bene ad eventuali maltrattamenti. Che ci sia poca luce o troppa, che lo innaffiate troppo poco o eccessivamente, che si becchi sbalzi d’aria o sia esposto a 30 gradi fissi, il Pothos è in grado di reggere l’urto. Certo, non esagerate eh! E non pensate sia in grado di subire tutto ciò senza alcuna conseguenza. Però i rami spessi e robusti, le foglie turgide, il ritmo di crescita e soprattutto i nodi super reattivi, fanno del Pothos una pianta in grado di rigenerarsi facilmente, anche nelle condizioni più insperate. I nodi, sì, quelle protuberanze presenti sui rami praticamente in corrispondenza di ogni foglia: metteteli in acqua e spunteranno nuove radici dopo pochi giorni; tagliate il ramo poco sopra ad uno di essi e ne spunterà una nuova foglia, e quindi, un nuovo ramo. Per il resto, a livello decorativo nulla da dire: le foglie grandi e una buona velocità di crescita, vi permettono di riempire lo spazio aereo che desiderate in un tempo relativamente breve. La varietà più diffusa è quella base (Epipremnum Aureum), ma se volete colori più particolari, andate sul Pothos Neon, con foglie di un verde talmente chiaro da sembrare giallo, oppure sul Pothos Marble Queen, con foglie dalle striature verde chiaro e delicate. Ne volete uno bicolore? In questo caso, prendete un Pothos ‘Njoy, foglie misto verde/panna irresistibili, o il Pothos Manjula, stessi colori ma foglie più grandi!

Pothos ‘Njoy
Pothos Marble Queen

Scindapsus Pictus

Una pianta molto simile alla precedente, talmente simile da aver dato il nome, per diversi anni (e tuttora accade spesso) all’Epipremnum Aureum, spesso chiamato Scindapsus Aureus. La realtà è che stiamo parlando di due piante diverse. Lo Scindapsus Pictus, in comune con il Pothos, ha solo la forma delle foglie, per il resto è tutto leggermente diverso, più delicato. I rami sono più sottili, la consistenza delle foglie diversa, i nodi più piccoli, le radici meno possenti. Anche il ritmo di crescita è più contenuto, più lento. Tutti questi aspetti potrebbero renderlo meno accattivante di un Pothos, ma in realtà l’eleganza delle foglie di Scindapsus Pictus ha pochi eguali. Le screziature argentate ne fanno in assoluto una delle piante più iconiche e, aggiungo, ipnotiche, degli ultimi anni. La varietà più diffusa è l’Argyraeus, che ha foglie con un buon bilanciamento verde scuro/argento, ma ci sono altre varietà, come il Trebie (detto anche Exotica) o la Silver Splash, che possono garantirvi foglie più grandi e più sbilanciate sull’argento o sul verde, a seconda dei vostri gusti.

Philodendron Scandens

Eccoci al secondo sosia del Pothos. Foglie a forma di cuore, nodi reattivi, foglie nuove che vengono fuori ciascuna dalla precedente…però neanche questo è un Pothos! Il Philodendron Scandens è, come dice il nome, un membro della famiglia dei Filodendri. Il piccolino di casa non è però meno affascinante dei cugini gigantofolia. Anzi, ormai si è conquistato la sua porzione di pubblico. Nello specifico, due sono le varietà più conosciute, una l’opposto dell’altra, per definizione: il Philodendron Scandens Micans, dalle foglie verde scuro, un verde con riflessi di un lucido così particolari da far sembrare le foglie vellutate; il Philodendron Scandens Brasil, dalle foglie di un misto verde/giallo, dalle tonalità così accese da ricordare, appunto, i colori della bandiera brasiliana. Due varietà capaci di evocare emozioni profondamente diverse, ma proprio per questo, da avere in simultanea, per poterne godere a seconda dello stato d’animo del momento.

Scindapsus Pictus Argyraeus
Philodendron Scandens Brasil

Eschinanto

Qui si entra in un mondo diverso, rispetto a quello delle Aracee, famiglia alla quale appartengono le tre piante viste finora. L’Eschinanto non ha nodi sui suoi rami, condizione questa che non gli permette di poter crescere in verticale, aggrappandosi ad eventuali sostegni tramite le radici aeree nate dai nodi. L’Eschinanto è semplicemente ricadente. E tremendamente cespugliosa. Ce ne sono tante di varietà di Eschinanto, detto anche Aeschynanthus o “Pianta del Rossetto”. Perché? Per i suoi bellissimi fiori tubulari color rosso fuoco! La fioritura, che si verifica in pieno inverno, è sicuramente il punto di forza dell’Eschinanto. Anche le foglie di un bel verde acceso hanno il loro fascino. L’unico problema è mantenerle in salute. Spesso, per carenza di nutrienti o per l’assenza di una o più condizioni ideali, l’Escinanto (può essere chiamato anche così) può perdere le foglie su uno o più rami. In questo caso potateli e dove prima c’erano foglie spunterà qualche nuovo ramo, in grado di rinfoltire la vostra pianta. Quali sono le condizioni ideali? Tanta luce indiretta, un buon livello di umidità e acqua a sufficienza (niente ristagni nel sottovaso, mi raccomando).

Ceropegia Woodii

Eccoci arrivati a quella che forse è la pianta ricadente dall’aspetto più delicato: la Ceropegia Woodii! Amatissima per le sue foglioline a forma di cuoricino che spuntano dai rami esili, questa pianta non a caso viene anche chiamata “Collana di Cuori”. Come intensità di colore siamo sulle stesse frequenze dello Scindapsus Pictus, ma l’uso che ne va fatto è diverso. La Ceropegia Woodii, infatti, si presta molto bene ad essere appesa davanti ad una finestra (sopporta meglio il sole diretto, ma sempre meglio se la finestra è esposta a nord), o su una mensola, avendo foglie e rami piccoli. Lo sfondo chiaro è fondamentale per mettere in risalto le sue foglioline, su una libreria rischia di non risaltare come si deve. La Ceropegia Woodii è una pianta abbastanza semplice da tenere, basta non innaffiarla troppo. Meglio bagnarla per sub-irrigazione (20-30 minuti circa tramite sottovaso), per evitare che un terriccio troppo a lungo umido in superficie possa indurre marciume del colletto. Non avete scuse, lo spazio per lei lo trovate di sicuro.

Senecio Rowleyanus

Tra le piante proposte questa è di sicuro quella fuori dagli schemi! Le foglie sono TUTTO: eh sì, non sono pisellini verdi, ma vere e proprie foglie. Oltre alla forma, un altro aspetto super originale sono le strisce traslucide che le attraversano. Queste caratteristiche hanno fatto guadagnare al Senecio Rowleyanus, il nomignolo di “String of Pearls” (Collana di Perle), ma dalle nostre parti è molto conosciuta come “Pianta del Rosario”. Nomignoli a parte, il Senecio Rowleyanus si differenzia da tutte le altre piante ricadenti citate in questo articolo, per il fatto di essere una pianta succulenta. Ciò vuol dire che il terreno nel quale la si coltiva deve essere differente (più sabbioso, come di solito è quello specifico per piante grasse), ma soprattutto che bisogna stare molto, ma molto, attenti con le annaffiature. Il marciume è dietro l’angolo, se decidete di tenerla dentro casa dovrete tenere a freno le mani e innaffiare sempre per sub-irrigazione, in modo da lasciare asciutto lo strato più superficiale del terriccio. La luce è fondamentale, dev’essere bella intensa. Il Senecio Rowleyanus tollera bene anche qualche ora di sole diretto, quindi, potrebbe cavarsela anche appeso davanti ad una finestra. Comunque, sta benissimo anche su una mensola, ma è dentro una Testa di Moro che trova la sua casa naturale.

Ceropegia Woodii
Senecio Rowleyanus

Considerazioni Finali

Quelle trattate in questo articolo, sono solo alcune delle possibili piante con le quali potete abbellire le vostre librerie e mensole. In generale, una scelta vincente e di impatto, può essere quella di combinare una o più varietà della stessa pianta o di piante simili. Ad esempio, io trovo che un Philodendron Scandens Micans stia molto bene a penzolare accanto ad uno Scindapsus Pictus Trebie; ma le combinazioni possono essere molteplici. L’importante è non fermarsi al primo Pothos. Vedrete, non ve ne pentirete.


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Perchè la mia pianta non cresce? Tutte le cause possibili

Perchè la mia pianta non cresce? Tutte le cause possibili

Di Massimo Tortorici | Pubblicato in Caffè Tropicale il 31 – Aggiornato il 21 Gen

Che voi facciate uso di Grow Lights per far crescere le vostre piante in tutti i periodi dell’anno, o che preferiate far loro seguire il ritmo della natura, il momento in cui una delle vostre amate piante smetterà di crescere arriverà. Questo fenomeno, può avvenire per mille ragioni diverse, ma una macro-ragione è alla base di tutto: la vostra pianta non è a proprio agio.

“Quella Alocasia Polly che mi hanno regalato è ferma lì da quando l’ho vista la prima volta, mesi fa, nessuna foglia nuova”. “Siamo in piena estate e il mio Ficus Lyrata è immobile, neanche fosse finto, se l’avessi saputo non l’avrei comprato”. “Chissà perché la nuova fogliolona del mio Philodendron Squamiferum ha bloccato il suo srotolamento proprio sul più bello”. Queste sono alcune delle domande che, periodicamente, attanagliano i piantologhi aspiranti pollici verdi di tutto il mondo. E sono problemi veri! La soddisfazione di gran lunga principale alla base del possedere e coltivare delle piante in casa, è quella di vederle crescere, una foglia dopo l’altra. In alcuni casi, la crescita di una nuova foglia è un vero evento. È il caso della Monstera Deliciosa, capace di produrre ogni foglia diversa dall’altra; o di qualsiasi altra pianta dalle grandi foglie ornamentali acquistata di piccole dimensioni, e per questa ragione super vogliosi di veder crescere, per abbellire come si deve quell’angolo di casa. Una pianta in costante crescita accende gli entusiasmi, una ferma per mesi li spegne.

Quando aspettarsi la crescita…e quando no

Una premessa va fatta, anche se scontata. Le piante, soprattutto quelle tenute in casa, hanno stagioni vegetative (cioè stagioni di crescita) e di riposo, molto ben delineate. Tutte vanno in riposo in inverno e tutte crescono in primavera. Il loro comportamento nelle altre due stagioni varia da caso a caso. Voi direte “ma come, l’estate non è la stagione vegetativa per antonomasia?” In molti casi no, nel senso che possono verificarsi condizioni che facilitino meno la crescita delle vostre piante, rispetto ad esempio alla primavera. Se una pianta ha avuto problemi in estate, potrebbe riprendersi un po’ in autunno, prima del riposo invernale. Insomma, il ritmo di crescita è influenzato dalle stagioni e dalle condizioni che queste garantiscono. A meno che, ovviamente, non facciate uso di Grow Lights, lampade a LED che emettono luce ad una frequenza utile a stimolare la fotosintesi clorofilliana, integrando la minor luce invernale (o magari dell’angolo semi-buio in cui avete deciso di collocare la vostra pianta). Sapere se la stagione in cui vi trovate è una stagione buona o no per la crescita, è la base.

Tante possibili ragioni di uno stop, una alla base di tutte

Che voi facciate uso di Grow Lights per far crescere le vostre piante in tutti i periodi dell’anno, o che preferiate far loro seguire il ritmo della natura, il momento in cui una delle vostre amate piante smetterà di crescere arriverà. Inutile fare gli scongiuri, è una questione di statistica. Questo fenomeno, può avvenire per mille ragioni diverse, ma una macro-ragione è alla base di tutto: la vostra pianta non è a proprio agio. Naturalmente, ci possono essere svariati gradi di malessere, in genere l’incapacità di produrre nuove foglie è l’inizio di qualcosa di più grave. Non bisogna quindi sottovalutare l’immobilismo. Appena ci si rende conto di ciò, bisogna subito farsi delle domande e cominciare a fare ipotesi, indagando poi su quelle più probabili, fino a che non si arriva alla “radice” del problema, e cioè il vero motivo, o, se non è l’unico, il principale, per cui la vostra pianta manifesta disagio.

Luce inadeguata

In molti casi, l’esposizione che si dà alla nostra pianta, può essere l’unica ragione di un blocco della crescita. Questo è molto vero per piante che hanno bisogno di forte luce diffusa, come il Ficus Elastica (e i suoi cugini ficus), la Monstera Deliciosa (e simili), Strelitzia & co., etc. Se è solo questo il problema, basterà posizionare la pianta in un posto dove riceve una maggior quantità di luce. Occhio però, che la soluzione è sì semplice, ma non immediata. A seconda di quanto tempo sia durata questa condizione di sottoesposizione, la pianta impiegherà poche settimane o mesi a riprendere a crescere. L’importante è non perdere la speranza ed evitare che si becchi parassiti o altri problemi, nel frattempo.

Umidità insufficiente

Per molte varietà di piante, il livello di umidità è un elemento fondamentale. L’umidità le piante l’assorbono in due modi: attraverso l’aria, e, naturalmente, attraverso il terreno. Se l’umidità dell’aria è bassa, questo incide sì, ma sulla qualità della crescita e delle foglie, non sulla non crescita. No, se la vostra pianta è in blocco per un livello di umidità inadeguato, bisogna intervenire sul terreno. Sul terreno, badate bene, non sulla quantità di acqua che le date. Il terreno, molto probabilmente, non è di una composizione/qualità adatta a fornire alla pianta la giusta umidità in modo continuativo. Ciò accade quando c’è troppa torba nel mix, o, certo, quando vi dimenticate di innaffiare per settimane (ma in questo caso la pianta non crescerà mai più, statene certi!). L’unica soluzione è sostituire il terreno inefficace, con un mix drenante (grazie a materiali come il bark e la fibra di cocco), ma in grado di trattenere e rilasciare i nutrienti per diversi giorni (grazie a materiali quali la perlite e la zeolite). In casi estremi, potete sperimentare la coltura semi-idroponica. Situazioni spesso comuni ad Alocasie, Filodendri, Maranta, etc.

Eccessiva umidità

Questo è il caso opposto a quello trattato in precedenza, ed è molto peggio! Il terreno in questo caso non è sufficientemente drenante, e cioè trattiene troppa acqua, portando rapidamente a marciume radicale, come spiego meglio in questo articolo. Il marciume radicale si ripercuote in tempi abbastanza rapidi sulle foglie (ma anche sui fusti), che cominciano a manifestare sui margini macchie nere che si espandono rapidamente. Oltre alla scelta del mix (spesso si fa l’errore di mettere le piante in semplice terriccio universale), altre cause possono essere: l’aver rinvasato la pianta in un vaso sovra-dimensionato rispetto all’apparato radicale; l’eccesso di annaffiature; prolungati ristagni idrici nel sottovaso. In questi casi, non c’è tempo da perdere, bisogna eliminare le radici marce, e stimolare la crescita di nuove radici. Per far ciò avete tre strade: cambiare il mix e andarci molto piano con le irrigazioni (in questo caso irrigate con un antifungino ad ampio spettro, le prime volte); spostare in semi-idroponica; mettere quel che rimane della pianta direttamente in acqua. Queste ultime due soluzioni si applicano a casi estremi di piante ridotte male e ad esemplari di dimensioni contenute.

Attacco parassitario in corso

Una causa del genere è possibile se siete abbastanza sicuri che quanto a luce ed umidità, alla vostra pianta arrivi il giusto. La facilitazione sta nel fatto che in tutti i casi (caso più, caso meno), l’infestazione di un parassita è ben visibile. L’importante è saper comprendere di che parassita si tratta. Per quelli più difficili da individuare, come il ragnetto rosso, potrebbe essere necessaria una lente di ingrandimento, per potersi levare ogni dubbio. Addirittura sarà necessario svasare la pianta per controllare che non ci sia traccia di cocciniglia radicale, nel caso di piante succulente. In ogni caso, ad ogni parassita corrispondono prodotti e cure diverse. Nel caso in cui ve ne accorgiate in tempo, riuscirete a far ripartire la vostra pianta in tempi relativamente brevi. Se l’infestazione è piuttosto estesa, auguratevi che si salvi qualche foglia. Meno foglie rimarranno su una pianta che per natura non perde le foglie perché non soggetta a stagioni fredde, più difficile sarà farla riprendere. Nel caso di pianta grassa attaccata da cocciniglia radicale, beh, se dopo averne ripulito le radici, vedete che non riparte o addirittura continua a peggiorare, ricontrollate le radici, o valutate di “accorciare” la pianta e farla ripartire da zero, con radici nuove.

Varie ed eventuali

Altri fattori possono incidere sulla crescita di una pianta, come la temperatura media dell’ambiente in cui si trova, eventuali shock a cui viene sottoposta a livello di luce (ad esempio se abbassate le serrande ogni volta che uscite di casa), aria (le correnti d’aria fredda non sono certo una botta di vita) e logistici (semmai vi venisse in mente di spostare le vostre piante da una parte all’altra della casa/balcone, alla ricerca di condizioni di luce-calore sempre uguali). Le piante sono esseri viventi “nudi” e come tali hanno bisogno più che mai di vivere in condizioni la cui variabilità sia minima, o comunque graduale. Mai fargli vivere cambi repentini.

Considerazioni Finali

Quelle descritte sopra, sono le cause alla base di un blocco o, come si è detto, di un disagio che può vivere una qualsiasi pianta tenuta in casa. Spesso si può verificare una combinazione di questi fattori. In questi casi però, la pianta non solo è ferma, ma rischia seriamente di morire. Il vostro compito, quindi, è cercare di dare alle vostre piante tutto ciò che occorre per azzerare tutti questi fattori potenzialmente nocivi. Fondamentale sarà l’osservazione e la capacità di mettere insieme gli eventi. Spesso le cose sono più semplici di quanto pensiamo, basta essere sul pezzo e non smettere di trattare le nostre piante come meritano: non semplici pezzi di arredamento, ma vere e proprie coinquiline, compagne di vita.


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5 Modi per aumentare l’umidità per le nostre amiche piante

5 Modi per Aumentare l’Umidità per le Nostre Amiche Piante

Scritto da Massimo Tortorici, 23 Gen 2022. Pubblicato in Caffè Tropicale.

Quello che per noi può essere un fattore tutto sommato trascurabile, non lo è per le nostre amiche piante. Molte di loro prediligono un ambiente umido, e cioè danno il meglio di loro quando l’umidità è al giusto livello che, in alcuni casi, corrisponde al 60-70%. Considerato che in casa l’umidità media si aggira intorno al 40%, qualcosa bisogna inventarsela.

L’umidità, questa strana parola. Da piccolo facevo sempre fatica a capire cosa significasse. Per me esistevano il sole e la pioggia, poi spesso mia madre mi diceva, quando mi vestivo per uscire di casa, “copriti bene, che fuori c’è umidità” (e lo fa tuttora eh!). Col tempo ho imparato a comprendere il concetto di umidità (per fortuna), soprattutto nelle estati (e negli inverni) romani e durante diversi viaggi nel sud-est asiatico. Quando siamo fuori di casa riusciamo più o meno tutti a renderci conto se il clima è secco o umido. Già, ma quando ci troviamo a casa nostra, abbiamo la stessa capacità? Situazioni estreme a parte, è molto difficile capire qual è il livello di umidità che abbiamo nelle nostre case. Quello che per noi può essere un fattore tutto sommato trascurabile, però, non lo è per le nostre amiche piante. Molte di loro prediligono un ambiente umido, e cioè danno il meglio di loro quando l’umidità è al giusto livello che, in alcuni casi, corrisponde al 60-70%. Considerato che in casa l’umidità media si aggira intorno al 40%, qualcosa bisogna inventarsela. Certo, non che le nostre care tropicali muoiano se la percentuale di umidità nell’aria non è ottimale. Se però questa è troppo bassa, gli effetti su margini e punte delle foglie saranno evidenti (si seccheranno) e sulla crescita pure (praticamente cresceranno ad una velocità bradipesca).
Ma basta preamboli, vediamo 5 modi facili facili per aumentare l’umidità per le nostre piante!

Usare un nebulizzatore manuale

Diciamocelo, il nebulizzatore è uno strumento che non può mancare nel set di ogni piantologo. Vintage o moderno, in vetro o in plastica, utilizzarlo dà la sensazione di essere passati al livello successivo nella cura delle piante, oltre ad essere un’attività, a tratti, rilassante. Già, ma per le nostre piante il beneficio giustifica il tutto? La risposta è “nì”. Chiariamoci, nebulizzare le foglie di una qualsiasi pianta, ha l’effetto di innalzare in via immediata il tasso di umidità, ma che succede quando le goccioline si asciugano? L’umidità torna ai livelli precedenti, in poche ore, con il risultato che, se vorrete riportare su il livello di umidità, dovrete ri-nebulizzare le foglie delle vostre piante. In sintesi, usare un nebulizzatore manuale ha il suo fascino, ma non è la soluzione più sostenibile nel tempo. Ah, se volete comunque divertirvi a nebulizzare le foglie delle vostre piante, ricordatevi di usare preferibilmente acqua distillata (niente cloro, niente calcare e foglie quindi salve).

Avere un umidificatore

Questa è l’evoluzione del nebulizzatore manuale. Di umidificatori ce ne sono tanti sul mercato, però tutti presentano un problema, lo stesso del nebulizzatore manuale: l’effetto dura poco. Se vogliamo, l’impatto dell’umidificatore è meno aggressivo e più completo, la sua azione mira ad inumidire uniformemente l’intera pianta, con goccioline più piccole. Umidità vera e propria insomma. Anche questo andrebbe attivato quotidianamente, ma almeno fa tutto da solo! Lo svantaggio, però, è che incrementa il tasso di umidità solo nei propri dintorni. Ora, nel caso sia di piccola dimensione, può sicuramente essere spostato da un gruppo di piante ad un altro, facendo trattamenti di un’ora per ogni gruppo, mentre nel caso sia di grandi dimensioni, sarà un po’ più complicato. Per questa ragione, spesso il modo migliore per sfruttare un umidificatore è metterlo dentro una mini-serra fatta in casa. E lì sì che l’umidità sale (e rimane) a bomba!

Disporre le piante vicine tra loro

Questa in realtà è la vera base affinché tutti i metodi per aumentare l’umidità, e i loro effetti, raggiungano il massimo risultato possibile. Tutte le piante, infatti, traspirano umidità attraverso le foglie: tradotto, l’acqua che viene assorbita dal terreno, viene in parte assunta e in parte espulsa in micro-parti attraverso le foglie. Un fenomeno molto comune, che fa capire come le foglie siano, per le nostre piante, strumento di regolazione dell’umidità interna, è la guttazione (gocce d’acqua eliminate dalle foglie). Tornando a noi, quindi, disporre più piante in uno stesso luogo, aiuta a trattenere l’umidità, per quanto possibile. Si crea in un certo senso, un microclima. Certo, non aspettatevi la nebbiolina da foresta tropicale, eh!!

Riempire sottovasi con acqua e argilla espansa

Eccolo! Questo è il metodo migliore per fornire alle piante umidità in modo costante e un minimo duraturo. Brutto, ma tremendamente efficace. Avete due possibilità: la prima è quella di disporre le piante ognuna sopra un sottovaso riempito di argilla espansa; la seconda è quella di mettere uno o due sottovasi pieni di argilla espansa in mezzo ad un gruppo di piante (se volete faticare meno). In ogni caso, vi basterà “innaffiare” il sottovaso fino a che l’argilla espansa non sarà del tutto bagnata; questa si asciugherà in qualche giorno, a seconda della temperatura ambientale, garantendo quindi un apporto di umidità costante e duraturo alla/e vostra/e pianta/e. Già, perché l’argilla espansa trattiene l’acqua, a differenza dei sassi veri e propri e dei “cocci”; motivo per cui va usata quando si vuole trattenere l’umidità, come in questo caso, e non, come spesso avviene erroneamente, per rendere un terreno più drenante.

Coltivare in semi-idroponica

Questa è la soluzione più hard. In questo caso non diamo umidità alla pianta, ma una pianta all’umidità! Battute a parte, questa soluzione a volte può essere fondamentale in due situazioni: 1) la pianta non fa una foglia nuova da mesi e siamo in piena stagione vegetativa; 2) la pianta ha perso molte foglie e rischia grosso. Chiaramente in questo secondo caso, se c’è una qualche malattia fungina, o infestazione parassitaria, bisogna intervenire, non basta solo coltivare in semi-idroponica. La coltivazione semi-idroponica, per chi non lo sapesse, consiste nell’inserire il fusto della pianta, con tanto di radici a vista, e senza residui di terra, all’interno di un recipiente senza fori di drenaggio sul fondo. Il recipiente va riempito di materiale inerte (in genere argilla espansa, o altro genere di materiale inerte). A completare il tutto, l’acqua, che deve essere inserita fino a raggiungere un certo livello all’interno del recipiente-vaso (per questo motivo nel 99% dei casi si usano vasi trasparenti). In questo modo, la pianta assorbirà senza sosta, e nella giusta quantità, l’umidità dell’argilla espansa nella quale è coltivata, con risultati sorprendenti su radici e foglie.

Considerazioni finali

Tutti i metodi brevemente illustrati in questo articolo sono buoni per incrementare l’umidità di piante tropicali e cactacee delle foreste (come l’Epiphyllum, ad esempio). L’umidità non è mai abbastanza, quindi il mio consiglio è di combinare due di questi metodi. L’ideale potrebbe essere mantenere un’umidità di base, con sottovasi pieni di argilla, ogni tanto rinforzata da una bella spruzzata di acqua distillata; sta a voi però decidere quanto peso dare all’argomento. Una cosa è certa: se darete quell’umidità in più tutti i giorni, le vostre tropicali vi ringrazieranno con un’esplosione di clorofilla, foglie, e radici aree (se gli darete anche tutto il resto delle cure, sia chiaro)!


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Stella di Natale: finite le feste non gettarla via!

Stella di Natale: finite le Feste, non gettarla via!

Di Massimo Tortorici | Pubblicato in Caffè Tropicale il 16 – Aggiornato il 9 Gen

Vi sembrerà strano, ma anche la Stella di Natale è un “addobbo” che si può conservare e tirar fuori anno dopo anno all’arrivo delle Feste.

Sono finite le feste di Natale, l’anno nuovo è cominciato da un po’ e nell’aria c’è un grande desiderio comune di fissare nuovi obiettivi, rimettersi in carreggiata. Smontate l’albero (a meno che non apparteniate a quella categoria che aspetta l’arrivo dell’afa estiva, per capire che forse è il caso di farlo!), smantellate il presepe, rimuovete le luci natalizie sul balcone, la ghirlanda sulla porta. Tutto dentro gli scatoloni, pronto per essere riutilizzato al prossimo Natale. Poi l’occhio vi cade su un angolo un po’ nascosto di casa, sull’ultimo addobbo natalizio, o meglio “EX” addobbo: la vostra “era bella rigogliosa”, “era bella rossa”, “era una pianta presentabile” Stella di Natale. Vi avvicinate, la guardate e vi dite “perché ogni anno la compro, se poi deve perdere tutte le foglie tra Natale e Capodanno?” Rabbiose/i la afferrate e senza pensarci un secondo di più la infilate nel sacchetto dell’immondiziaaaALT! Questo articolo è per voi! È un appello a fermarvi, in questi giorni, se non avete già commesso il delitto più comune del post-feste natalizie. Vi sembrerà strano, ma anche la Stella di Natale è un “addobbo” che si può conservare e tirar fuori anno dopo anno all’arrivo delle Feste. Voi direte “ho capito, stai parlando di una pianta finta”. Eh no! Parlo proprio di lei, Euphorbia Pulcherrima, Poinsettia, o più comunemente nota come Stella di Natale. È una pianta, e come ogni pianta si rigenera, anche quando sembra morta stecchita. Basta darle le giuste attenzioni e non farla morire veramente. In questo articolo capiremo insieme, stagione dopo stagione, cosa farne dopo le feste e come riuscire ad ottenere una Stella di Natale gratis l’anno successivo.

Perchè la Stella di Natale perde le foglie

Facciamo una premessa: il 50% (o forse più) delle Stelle di Natale perde le foglie le settimane subito successive all’acquisto. Motivo per cui molti di voi, che l’hanno presa per pianta usa-e-getta, e che quindi la comprano ogni anno, ormai sanno che se vogliono farla arrivare rigogliosa almeno fino a Capodanno, devono comprarla a ridosso di Natale! Già, ma perché le foglie della Stella di Natale cadono? C’è un motivo principale: l’umidità del substrato in cui si trova. Se innaffiate troppo spesso, mantenendo il substrato costantemente troppo umido, le radici cominceranno a marcire e le foglie cadranno come mosche. Se bagnate dall’alto, dovete farlo a terreno semi-asciutto. Se volete però essere più caute/i meglio bagnare per sub-irrigazione, con il sottovaso; 30 minuti al massimo una volta alla settimana circa e vedrete che sarà molto meno probabile annegare la vostra Stella di Natale. Il secondo motivo per cui la vostra Poinsettia perde le foglie è la scarsità di luce. Ricordatevi che si tratta pur sempre di una pianta tropicale, abituata a luce sì indiretta ma intensa; i nostri inverni non sono proprio il massimo in termini di ore ed intensità di luce. Posizionate quindi la vostra Stella dove può prendere luce a sufficienza. Per chiudere il discorso “cure di una stella ancora piena di foglie”, ricordatevi di evitare gli sbalzi termici, non fanno altro che indebolire la pianta ed accelerare la perdita delle foglie.

Inverno

Anche se siete brave/i a mantenere l’equilibrio della vostra Stella di Natale, un po’ di foglie le perderà comunque, cominciando sempre da quelle più basse. Le ultime a cadere sono le foglie apicali e spesso rimangono in piedi solo le famose brattee rosse. Per questo motivo, sia che siate state/i brave/i a mantenere un discreto numero di foglie, sia che, come spesso accade, siate rimaste/i con una Stella di Natale dai rami spogli e solo i fiori in cima, il consiglio che vi do è semplice: potate. Attenzione, non ho detto “buttate”, ho detto “POTATE”. Tagliate i rami, non troppo in basso, perché i germogli dovranno pure uscire da qualche parte sui rami. Eh già i germogli, nuove foglie, e quindi nuova vita inaspettata per la vostra Stella di Natale, che avevate dato per morta. Se siete fra quelle/i che l’hanno messa in un angolo, facendola spogliare totalmente, potatela lo stesso. Finchè c’è verde, c’è speranza: se i rami sono verdi, la pianta è viva e vedrete del lattice bianco uscire dalla “ferita”; se sono secchi, beh, forse è davvero troppo tardi. Fatta la potatura della vostra Stella di Natale, non vi resta che scegliere dove tenerla in casa: meglio una zona ben illuminata, ma senza luce solare diretta. Innaffiatela solo quando il terreno è praticamente asciutto (meglio sempre per sub-irrigazione) e controllate ogni tanto che non ci siano parassiti strani.

Primavera

Qui arriva il bello! Se avete dato alla vostra Stella di Natale una seconda possibilità, vi ripagherà con dei bei germogli, inizialmente piccoli, poi sempre più prepotenti. La regola dello sbalzo termico vale sempre, però, motivo per cui dovrete essere brave/i a tenerla in casa fino a che la temperatura esterna non sarà accettabile e molto simile a quella che avete in casa. Vale a dire: spostarla in balcone sì, ma verso fine aprile/inizio maggio. E mai in posizione particolarmente assolata, ma meglio se in mezz’ombra. Per il resto, acqua, un po’ di concime liquido per piante verdi, e vedrete che con il graduale aumentare delle temperature la vostra Stella di Natale esploderà di foglie, come nessun’altra pianta finora da voi posseduta.

Estate

Siete al giro di boa. Avete salvato la vostra Stella di Natale dal secchio dell’immondizia, l’avete fatta rinascere, ora si è riempita di foglie. Dovete solo proseguire così, assicurandovi di mantenerle, queste foglie. Per riuscirci, dovrete garantirle il giusto apporto idrico (la Stella di Natale, col caldo estivo beve parecchio) e protezione da eventuali attacchi parassitari. I più comuni sono il ragnetto rosso e la cocciniglia. In ogni caso, se vi piacciono un po’ le piante, non dovrete far altro che curarla come fate con le altre vostre piante.

Autunno

Ci siamo, è arrivata la stagione nella quale raccogliere i frutti di tanti mesi di attenzioni, quella in cui finalmente (forse) potrete toccare con mano l’avvicinarsi del Natale. In giro potrete aver letto che, per far spuntare i “fiori rossi” dovrete metterla al buio, garantendole 14 ore di buio, quindi non più di 10 di luce naturale. Impegnativo, vero? Macchè! Se ci pensate bene, il gioco è fatto, le giornate a ottobre-novembre durano 11-10 ore in maniera del tutto naturale! Se avete messo la vostra Stella di Natale fuori in balcone, il momento in cui riportarla in casa dipende sempre dalla stessa famosa regola del no-sbalzo-termico. Valutate voi quindi. L’importante è cercare di minimizzare qualsiasi shock, non solo di temperatura, ma anche idrico e di luce. Riportandola in casa, scegliete un angolo bello luminoso, in una stanza con persiane o serrande sempre aperte, dove la vostra Stella di Natale possa continuare a crescere. Se per caso le bloccate la crescita, beh, addio famosi fiori rossi.

L’impatto della luce artificiale

Si è già detto di come la quantità di luce naturale incida sulla capacità della vostra Poinsettia di dar vita alle tipiche brattee rosse. Anche la luce artificiale ha un impatto, seppur minore, la sua presenza disturba la Stella di Natale. Non le impedisce di produrre le brattee rosse, ma di certo ne riduce l’intensità in termini di rosso. Insomma, se volete arrivare a fine novembre con una Stella di Natale con brattee grandi e di un rosso acceso, datele elevata luminosità naturale e minima luminosità artificiale. So che in molte case è difficile trovare una stanza che abbia queste condizioni, ma se non riuscite a replicarle, cercate di avvicinarvici, senza inventarvi cose strane.

Natale

Il Natale si avvicina, andate in cantina o dovunque teniate gli addobbi natalizi e li tirate fuori, controllate che l’albero sia ancora nelle condizioni di essere messo dritto, scegliete di che colore addobbarlo, cercate di capire quali luci mettere sull’albero e quali all’esterno in balcone. Cominciate a fare beneficienza e a comprare regali, panettoni, generi alimentari di ogni tipo per le feste. Una cosa, questa volta, non dovrete preoccuparvi di acquistarla, perché ormai fa parte della famiglia da un po’ e si è agghindata da sola per far invidia a tutti i vostri amici e parenti che la vedranno: la vostra Stella di Natale chilometro zero!


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Piante in Casa: le 5 regole da seguire quando si rientra dalle vacanze (estive)

Piante in Casa: le 5 regole da seguire quando si rientra dalle vacanze (estive)

Di Massimo Tortorici | Pubblicato in Caffè Tropicale il 28 – Aggiornato 23 Ago 2022

Una nuotata nel mare cristallino, una giornata in barca, un cocktail al tramonto con i piedi nella sabbia, una camminata in mezzo alla natura, una serata passata a bere drink con gli amici…sono tante le attività che si fanno in vacanza, soprattutto in estate, ci si rilassa, il tempo scorre senza che ci si accorga, si spegne il cervello…o quasi. Ogni tanto, un pensiero latente si affaccia nella mente di ogni plantlover che si rispetti: chissà come troverò le mie piante!? La temperatura in casa sarà accettabile? Quante foglie nuove troverò, quante secche? I parassiti staranno banchettando su quale delle mie tropicali? Starà funzionando bene l’impianto di irrigazione esterno? E se passa una tromba d’aria e spazza via tutto? Poi arriva (per fortuna) l’ennesima attività vacanziera, e porta via ogni preoccupazione.

La questione però è solo rimandata, dentro di noi, sappiamo che prima o poi andrà affrontata e che sarà la prima cosa che andremo a vedere una volta rimesso piede in casa.

Vediamo allora cosa fare quando si rientra dalle vacanze estive, per ripristinare il rapporto di fiducia creato nei mesi precedenti con le nostre piccole amiche verdi.

Regola numero 1: spalancate le finestre

Due settimane, o tre, quanto siete state/i fuori? Sia che abbiate ben annaffiato le vostre piante dentro casa prima di partire o che abbiate avuto la fortuna di appoggiarvi su una/un plant sitter, o ancora che abbiate sperimentato qualche metodo innovativo per tenere adeguatamente umido il terreno delle vostre piante, una cosa gli è mancata di certo: l’aria! Spesso sottovalutato, il ricambio d’aria in casa è fondamentale per la salute delle nostre piante. La fotosintesi ha bisogno di una gran quantità di Anidride Carbonica ogni giorno, oltreché di tutta una serie di altri elementi. Anche se avete lasciato uno spiraglio aperto in bagno o se c’è qualche spiffero, la quantità di aria che entrerà non sarà mai sufficiente. Pensate a quanta più aria prenderebbero le nostre piante se stessero fuori, come madre natura ha stabilito. Una pianta al chiuso per due settimane, già dopo 7 giorni respira come può respirare un maratoneta al trentacinquesimo chilometro. Quindi, appena entrate in casa, spalancate le finestre, al resto penserete dopo.

Regola numero 2: innaffiate abbondantemente

Sarà banale, ma ovviamente la seconda cosa da fare è controllare il terreno delle vostre piante. Io di solito annaffio direttamente, con il giusto concime liquido naturalmente, per diversi motivi: di solito faccio le vacanze estive in agosto, stando fuori mediamente 2 settimane, come il 90% degli italiani, e quindi faccio fatica a trovare plant sitters. In più, sono un purista dell’irrigazione classica, e se annaffio le mie piante tanto e poco frequentemente per tutto l’anno, non vado a modificargli l’apporto idrico ricorrendo a qualche strumento “innovativo”, solo perché starò fuori 15 giorni (anche se sono i più caldi dell’anno); preferisco dar loro un trauma da “leggera” siccità, piuttosto che dar loro un trauma da eccesso idrico e di umidità, è una scelta. Quindi, con molta pazienza, prendo annaffiatoio e concime e procedo, senza distinzioni. Ah, utilizzo, insieme al concime, anche un Biostimolante apposito, nello specifico Algatron di CIFO, che serve proprio ad incrementare le percentuali di sopravvivenza di una pianta in vista di shock termici, come spiego meglio in questo articolo. Comunque, chiudo il giro di innaffiata, ripristinando il livello di acqua preferito per le piante in idro- o semi-idroponica. Ovviamente, date una bella vaporizzata di acqua distillata su qualsiasi foglia vi capiti sotto tiro, visto che ci siete.

Regola numero 3: verificate bene la presenza di parassiti

Finestre chiuse, serrande o persiane aperte, luce, caldo, poco ricambio d’aria. È in condizioni come questa che possono fare la loro comparsa odiosi parassiti. In realtà solo un tipo di parassita può facilmente proliferare in situazioni come questa: il ragnetto rosso, o qualsiasi stra-maledetto tipo di acaro. La prima volta che si vive una simile esperienza, è quasi peggio di quando scopri che ti sono entrati i ladri in casa. Un intruso ha banchettato, a tua insaputa, su una creatura che tu hai curato per mesi e mesi con tanto amore, e non hai potuto far nulla per evitarlo. Una volta che ciò accade, dovete sperare che la pianta attaccata sia una sola. Che sia una o più, niente panico. Bisogna essere freddi e agire subito. Se siete fortunati e scovate l’odioso intruso all’inizio del suo banchetto, potete provare a risolvere semplicemente utilizzando un prodotto specifico. Altrimenti, se la vostra pianta è messa davvero male, ci vuole la terapia d’urto. Tagliate via tutte le parti attaccate, pulite bene il resto della pianta, utilizzate pure un prodotto contro gli acari, e portatela fuori, se avete un balcone. Se la pianta era sana prima della vostra partenza, si riprenderà.

Regola numero 4: rimuovete foglie e rami secchi

Se avete anche voi avuto difficoltà a trovare una/un plant sitter e non vi siete fidate/i di cambiare metodo di irrigazione, allora è possibile che qualcuna delle vostre piante abbia risentito dell’assenza di acqua e di umidità. Foglie ingiallite, a volte secche, bruciate ai margini per l’aria troppo secca, sono l’ordinario quando si lasciano le piante a 30 gradi fissi in casa, senza aria né acqua, per 14 giorni e più. Trovare una pianta con qualche foglia gialla è comunque un finto problema: rimuovete le foglie secche o ingiallite, e, nei casi più seri, valutate se procedere con qualche potatura, in modo da sfruttare gli ultimi scampoli di estate per far spuntare qualche germoglio che possa, un domani, rinverdire quello spazio lasciato vuoto. Qualora troviate una delle vostre piante quasi completamente secca, per prima cosa perdonatevi, a tutti può succedere di dimenticare una pianta nel rush di innaffiature pre-partenza; poi, potatela a più non posso, innaffiatela. Con un po’ di fortuna, potrebbe farcela.

Regola numero 5: aiutate la ripresa delle vostre piante con un biostimolante

Ok, queste erano le regole base. Ma ce n’è una un po’ più tecnica che però è anche la più semplice da applicare: irrigare le vostre piante con un biostimolante specifico. I biostimolanti sono prodotti molto utili per dare un boost a piante malandate o non in perfetta forma, aiutandole a riprendersi, colmare gap nutritivi, aumentarne lo stato di salute. Si è già detto di Algatron, ma in questo tipo di situazione, e cioè dopo 2 settimane o più di caldo intenso e scarso, se non nullo, apporto idrico, il biostimolante più appropriato è Sinergon Plus di CIFO. Questo prodotto è infatti perfetto per far riprendere una pianta da shock termici o di qualsiasi altro tipo, e agisce rapidamente. Se però siete state/i previdenti utilizzando Algatron prima di partire, troverete Sinergon utilissimo per l’altro scopo per il quale lo si utilizza: aumentare la capacità della pianta di assorbire gli antiparassitari. Vedrete, a periodo-serra superato e a pericolo post-stress scampato, non dico che ci vorrete fare colazione con i biostimolanti (puzzano in maniera indescrivibile), ma ringrazierete voi stesse/i per aver investito quei pochi euro.

E infine: mettete a posto il resto e godetevi le novità

Avete spalancato le finestre, innaffiato e vaporizzato le chiome delle vostre piante, azzerato i parassiti, rimosso foglie gialle e potato rami secchi? Bene, ora finalmente potete dedicarvi alle classiche attività post-rientro: disfacimento valigie, staffetta di bucati, spesa post-atomica per riempiere il frigo vuoto, etc. Perché si sa, noi plantlovers possiamo pure andare in viaggio, estraniarci e credere di poter vivere senza le nostre amate piante. Ma una volta rientrati a casa, lasciamo la valigia all’ingresso, e la prima cosa che pensiamo è “fammi vedere se quella foglia di Monstera si è srotolata e quanti buchi ha” oppure “chissà se la Polly ha fatto nuove foglie”. E quando scopriamo che tante piante se la sono cavata bene anche senza di noi, in condizioni estreme, è lì che ci proiettiamo inconsciamente alla prossima vacanza. Perché fare un tuffo da una roccia, una giornata in barca, un aperitivo in spiaggia, una camminata fino alla cima di una montagna, una serata speciale in compagnia di amici o consorti, sono tutte esperienze molto belle; rendersi conto di come le nostre amiche verdi crescano e si adattino alle difficoltà è un’esperienza bellissima.


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