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Perché in estate il terriccio delle piante da interno si asciuga più in fretta (e come mantenerlo umido)

Perché in estate il terriccio delle piante da interno si asciuga più in fretta (e come mantenerlo umido)

Scritto da Massimo Tortorici, 28 Giu 2025. Pubblicato in Caffè Tropicale.

Un utile focus sugli elementi che causano il maggior consumo di acqua estivo nelle piante, da interno e non solo.

Quando arriva il caldo estivo, tutte/i noi amanti di piante da interno ci accorgiamo che il terriccio delle nostre verdi coinquiline si asciuga con una velocità sorprendente. La spiegazione più istintiva è: “Fa caldo, l’acqua evapora più in fretta, il terriccio si asciuga prima”. Ed è vero, in parte… ma non è il motivo principale. In questo articolo approfondiremo i fattori principali che sono alla base dell’asciugatura del substrato e faremo un focus sull’importanza di non sottovalutare questo tema per determinati tipi di piante.

Il vero responsabile: la luce, ore ed intensità

Quello che accade con l’avvicinamento, e poi con l’arrivo dell’estate è una decisa accelerazione del metabolismo delle piante. Ciò che incide davvero e che provoca questa accelerazione è l’aumento della luce, tanto in termini di ore giornaliere, quanto in termini di intensità.

Durante i mesi primaverili ed estivi, la durata dell’esposizione alla luce quasi raddoppia rispetto all’inverno. Si passa da un minimo di 7-8 ore di luce poco intensa, tipicamente invernale, a 14-15 ore di luce intensa in estate (intensità che ha un incremento ancora maggiore se parliamo di un ambiente esposto a sud o ad ovest).

Questo stimolo luminoso più forte e prolungato accelera tutti i processi vitali della pianta:

  • aumenta la fotosintesi;
  • attiva maggiormente l’apparato radicale;
  • le foglie consumano più acqua per mantenersi turgide e attive.

Il risultato? Il substrato si prosciuga più rapidamente non tanto perché “fa caldo”, ma perché la pianta sta letteralmente bevendo di più, in risposta al surplus di luce.

L’impatto del caldo: aumenta la traspirazione fogliare

La temperatura ha comunque un ruolo importante: il caldo intensifica infatti la traspirazione, cioè la perdita d’acqua attraverso le foglie. Anche in casa, se la temperatura supera i 25-26°C, la pianta tende a disperdere più umidità per mantenere l’equilibrio interno. Per capire meglio quanto aumenti la traspirazione in estate, basta pensare ad un fenomeno che si verifica spesso in primavera e in autunno: la guttazione, vale a dire il “gocciolamento” della foglie delle piante che letteralmente “piangono acqua”. Ecco, in estate le piante continuano ad espellere acqua dagli stomi, i pori presenti sulle loro foglie, ma non la vediamo perché la temperatura alta la fa evaporare in poco tempo, senza permettere che si costituiscano delle gocce.

Attenzione se spostate le vostre piante all’esterno: il terriccio si asciuga ancora più in fretta. Questo perché oltre a ricevere più luce, la pianta è sottoposta a temperature molto maggiori rispetto all’ambiente indoor. Fondamentale quindi innaffiare con frequenza almeno doppia rispetto a quanto si farebbe tenendo la pianta all’interno.

E se la pianta ha poco spazio nel vaso?

Questo è un fattore spesso trascurato ma cruciale, che può essere una vera e proprio aggravante nella manutenzione di una pianta da interno in estate: lo spazio disponibile per le radici.

Una pianta che arriva all’estate troppo stretta nel suo vaso, vale a dire con un bilanciamento radici-substrato nettamente a favore delle prime, sta a significare che la quantità di substrato è ridotta rispetto alla norma e quindi:

  • il terriccio si asciuga ancora più velocemente;
  • non riesce a trattenere abbastanza acqua/umidità tra un’annaffiatura e l’altra;
  • le radici, compresse, faticano ad assorbire correttamente l’umidità residua.

In questi casi, è fondamentale rinvasare la pianta, anche se siamo in estate: consente alla pianta di affrontare la stagione calda con più risorse, un substrato più arioso e una riserva d’acqua più stabile.

Quali piante da interno presidiare maggiormente in estate

Alcune piante da interno, in particolare quelle tropicali, sono originarie di ambienti dove luce, calore e umidità sono costanti tutto l’anno. Tra queste troviamo:

  • Calathee
  • Marante
  • Dieffenbachie
  • Anthurium
  • Scindapsus
  • Alocasie
  • Begonie
  • Philodendron

Queste piante non tollerano l’essiccamento completo del terriccio: anche un solo episodio di disidratazione può causare foglie accartocciate, crescita rallentata o perdita di turgore. E una volta danneggiate, non sempre è facile farle riprendere. Dal piccolo elenco sopra sono escluse, per ovvi motivi, le piante succulente, ma anche piante come Monstere, Pothos (Epipremnum), Strelitzia, Ficus. Anche loro sono di origine tropicale e anche loro gradiscono l’umidità a livello radicale; ma sono un po’ meno delicate. Le loro radici più spesse possono infatti sopportare qualche ora, anche giorno di secco in più, rovinandosi più lentamente rispetto alle radici più sottili e delicate appartenenti alle piante della lista incriminata. È quindi fondamentale per le piante più delicate avere il substrato sempre umido, non zuppo, umido, e in estate può capitare di non riuscirci sempre.

Come mantenere costante l’umidità del terriccio

Per evitare che il terriccio si asciughi oltre il limite, si possono adottare alcune strategie semplici ma molto efficaci:

  • Controllare spesso il substrato: infila un dito nel terriccio ogni 2-3 giorni e annaffia appena senti i primi centimetri asciutti.
  • Riconoscere i sintomi da disidratazione: ogni tipo di pianta ha i suoi: Calathee e Marante accartocciano le foglie verso l’interno, lo Scindapsus verso l’esterno, le Dieffenbachie afflosciano la parte apicale dei fusti. Anticipare la comparsa di questi sintomi in estate sarebbe meglio, ma nel caso non ci riusciate, sempre meglio intervenire non appena si verificano.
  • Usare conetti auto-irriganti: volete stare tranquille/i? Uno strumento pratico ed economico come gli irrigatori automatici Blumat Classic può risolvere del tutto il problema. Rilasciano infatti l’acqua nel terriccio in maniera inesorabilmente costante, mantenendo un livello altrettanto costante di umidità e riducendo lo stress idrico della pianta. E non è tutto: eliminando un elemento di stress (eventuale secco radicale), permettono di mantenere un ritmo di crescita delle piante adeguato alla stagione (spesso in estate rallenta, o si ferma); per ulteriori approfondimenti leggete questo articolo.

Tiriamo le somme

In conclusione, in estate le piante da interno entrano in una fase di attività intensa e richiedono più acqua e più attenzione. Le specie tropicali, in particolare, hanno bisogno di un’umidità costante a livello radicale per restare in salute. Monitorare la luce, il caldo, lo stato del vaso e utilizzare strumenti come i conetti auto-irriganti può fare la differenza tra una pianta che soffre e una che prospera anche nei mesi più caldi. Come sempre, non credete ma verificate quanto leggete, la logica di fondo c’è, non rimane che applicarla e vedere che succede.


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Perché è importante pulire le foglie delle piante da interno

Perchè è importante pulire le foglie delle piante da interno

Scritto da Massimo Tortorici, 29 Mag 2025. Pubblicato in Caffè Tropicale.

Piccolo approfondimento su una pratica spesso sottovalutata, ma molto utile per la salute delle nostre amiche verdi.

Arrivati alla primavera inoltrata, quasi estate, c’è una pratica di “cura delle piante” che può mettere il turbo alla crescita delle nostre care piante da interno. Non stiamo parlando di concimi, non stiamo parlando di rinvasi, non stiamo neanche parlando dei celebri conetti auto-irriganti; tutti argomenti validi, su cui è già stato scritto in questo blog. No, in questa sede parliamo di “pulizia delle foglie”. Eh già, sembra una semplice pratica di routine rilassante, ma in realtà è molto utile per la salute delle piante. Visto che si tratta di una pratica sottovalutata, vediamo di chiarire in questo articolo perché pulire le foglie delle piante da interno può essere davvero una buona pratica di plant-caring.

Perchè pulire le foglie delle piante?

Le foglie sono vere e proprie centrali energetiche per le piante: attraverso di esse avviene la fotosintesi, processo grazie al quale le piante trasformano luce, acqua e anidride carbonica in energia per vivere e crescere. Non solo: sempre attraverso gli stomi, micro-pori presenti sulle foglie, le piante respirano, proprio come noi; assorbono cioè ossigeno, eliminando anidride carbonica. Non essendo questo l’argomento dell’articolo, non entriamo nei dettagli, per stavolta specifichiamo solo che, naturalmente, il saldo “Ossigeno liberato-ossigeno incamerato” è nettamente favorevole al primo, ragion per cui esistiamo noi e il pianeta Terra.

Tornando all’argomento principale, in natura le piante hanno sempre foglie belle pulite (parassiti permettendo), grazie a vento e pioggia. In casa però questi due agenti atmosferici non ci sono e la polvere che si deposita sulle foglie, di fatto ostacola entrambi i processi di respirazione e fotosintesi, rallentandoli. Piante con foglie impolverate faranno più fatica a respirare, e produrre energia per nutrirsi.

Quando pulire le foglie?

Non esiste una regola fissa, ma in generale è bene dare un’occhiata alle foglie ogni 10-15 giorni.  Quasi sempre vi accorgerete che c’è uno strato di polvere. La stagione fa sicuramente la differenza. Come? Semplice, per effetto di quanto teniamo aperte le finestre. In estate le foglie tendono a sporcarsi di più, proprio perché facciamo entrare più aria, e quindi più polvere, smog e anche pollini dall’esterno. Pulire le foglie in primavera-estate vuol dire piante che sfruttano al meglio la gran quantità di luce disponibile e quindi una crescita migliore. Pulirle in autunno-inverno, vuol dire facilitargli la sopravvivenza: poche ore di luce, poco intensa, vanno sfruttate al meglio, no?

Come pulire le foglie (senza fare danni)

Il metodo più semplice ed efficace è usare un panno morbido inumidito con sola acqua. Assolutamente da evitare l’uso di prodotti chimici o lucidanti fogliari: spesso creano una patina che ostacola la traspirazione invece di aiutare. L’utilizzo di lucidanti “naturali”, come la birra ad esempio, è trascurabile. Anche in questo caso, come per tutte le altre cure fai-da-te, il beneficio è minimo, e il gioco non vale la candela. Usate solo acqua.

Nel dettaglio, per piante con foglie grandi:

  1. Inumidite un panno in microfibra o di cotone con acqua tiepida (non fredda).
  2. Sostenete delicatamente la foglia da sotto con una mano.
  3. Pulite la parte superiore con l’altra mano, passando il panno senza strofinare troppo.

Vedrete, le foglie dei vostri Ficus Lyrata, Strelitzia Nicolai, Monstera Deliciosa, cambieranno quasi colore per quanto sono pulite.

Doccia sì, ma con molta attenzione

Sopra abbiamo brevemente illustrato come pulire le foglie di una certa dimensione. E per le piante con foglie piccole? Potete fare una doccia, oppure spruzzare acqua con un atomizzatore (o anche una pistola ad acqua, perché no?). L’importante è però prendere alcuni importanti accorgimenti:

  • L’acqua deve essere tiepida, temperatura ambiente.
  • Dovete bagnare le foglie, non il terreno, soprattutto se la pianta è tenuta all’interno e se la stagione è l’autunno o l’inverno, in cui è meglio bagnare il terreno per sub-irrigazione.
  • Non devono esserci ristagni idrici tra le foglie/i fusti.

Quest’ultimo punto è fondamentale. Le piante in natura prendono la pioggia, è vero, ma poi sono esposte a temperature e correnti d’aria che asciugano rapidamente le parti bagnate. In casa questo non può avvenire. Per evitare quindi irrimediabili marciumi del colletto, in estate fate la doccia a piante che poi potete mettere fuori ad asciugare un paio d’ore; in inverno evitate direttamente, meglio un po’ di polvere che la morte.

Pulizia di piante specifiche

La pulizia è facile su piante con foglie grandi o comunque tropicali, piante che è possibile “docciare” all’occorrenza. Ci sono però piante che non gradiscono per niente le si venga fatta una doccia: succulente e soprattutto piante grasse, con spine. Se proprio volete spolverarle, in questi casi può essere molto utile utilizzare un pennello, di dimensione variabile in base alla grandezza della pianta. Metodo valido anche per piante con foglie particolari, con peletti, come ad esempio la Saintpaulia, o conformazione strana, come ad esempio l’affascinante Begonia Ferox. In tutti i casi in cui pensate di far danni, il pennello è un’ottima alternativa.

Positivi effetti collaterali

Pulire le foglie non è solo un gesto utile per rimuovere la polvere: è anche un’occasione per osservarle da vicino, notare eventuali problemi (macchie, insetti, ingiallimenti) e in caso intervenire. Molti parassiti li rimuoviamo semplicemente pulendo le foglie, fermo restando che poi bisogna impiegare un prodotto specifico per azzerarne la popolazione.
Non solo però: pulire le foglie di una pianta è effettivamente una routine rilassante e permette di rinforzare quel legame che si crea tra noi e le nostre verdi coinquiline.


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Primavera: le 5 attività per far ripartire le piante da interno

Primavera: le 5 attività per far ripartire le piante da interno

Scritto da Massimo Tortorici, 21 Mar 2025. Pubblicato in Caffè Tropicale.

Dopo il riposo invernale, le piante da interno hanno bisogno di qualche attenzione in più per riprendere a crescere al meglio. Un breve resoconto delle attività essenziali per aiutarle a risvegliarsi.

Finalmente è arrivata la primavera! Dopo i lunghi e bui mesi invernali, le nostre piante da interno si risvegliano, complice l’inesorabile e costante incremento delle ore di luce, e riprendono a crescere con più vigore. In alcuni casi il risveglio può essere un po’ lento, però, e spesso c’è bisogno di un aiuto in più. Una ripartenza lenta può essere dovuta a debolezza causata da scarsa luminosità, problemi accusati durante l’inverno, vaso stretto, o tutte queste problematiche. Quali sono quindi le azioni più importanti per garantire alle nostre amiche verdi una ripartenza perfetta? Ecco 5 attività essenziali per aiutare le piante a riprendersi e a prosperare durante la primavera ed arrivare più pronte ai caldi mesi estivi.

Valutare la necessità di un rinvaso

Con la ripresa della crescita, molte piante potrebbero aver bisogno di più spazio. Se non nell’immediato, in prospettiva, nei successivi mesi. È bene quindi valutare lo spazio all’interno del vaso, verificando se ci sono radici che spuntano dai fori di drenaggio sul fondo del vaso e in che misura ciò accade. In aggiunta, può comunque essere utile estrarre delicatamente la pianta per una valutazione più completa della situazione. Il tipo di pianta è un ulteriore elemento da considerare, in caso di situazione dubbia, una pianta che ama avere le radici (sottili) sempre umide come una Calathea o peggio ancora piante con apparati radicali ingombranti da mantenere sempre un po’ umidi, come la Monstera, saranno da rinvasare; nel caso di cactus e succulente, piante cioè che possono stare più strette perché gradiscono più l’asciutto che il bagnato, forse potrete rinviare il rinvaso all’anno successivo. Nel caso si debba intervenire, scegliete un vaso leggermente più grande e utilizzate un substrato adatto al tipo di pianta da rinvasare. Una volta che dovete fare il lavoro, fatelo bene, raccoglierete i risultati nei mesi successivi, ancor di più in inverno, stagione in cui avere le proprie piante coltivate nel giusto substrato può davvero fare la differenza in termini di sopravvivenza.

Utilizzare un biostimolante

Dopo il riposo invernale, le piante entrano in una fase di “rullaggio” una sorta di “warm-up” in cu scaldano i motori, per dirla con il gergo della Formula 1. Volete mettergli il turbo? Un biostimolante naturale è quello che vi serve. Questi prodotti, a base di alghe, acidi umici o aminoacidi, aiutano le piante a riprendersi meglio dallo stress invernale, fornendo alle piante energia già pronta da utilizzare nei loro processi interni. In più, alcuni prodotti, come Algatron di CIFO, favoriscono la germinazione e lo sviluppo radicale, aspetto quest’ultimo, che li rende molto interessanti da utilizzare anche subito dopo un rinvaso. Non sottovalutali.

Comprare (o rispolverare) un concime liquido adatto

Con l’arrivo della primavera, le esigenze nutrizionali delle piante aumentano e, di conseguenza, può essere molto importante sostenerle con l’apporto che solo un concime può dare. Quale concime scegliere? Beh, anche qui, una volta che vi decidete ad investire qualche euro, fatelo bene. In commercio ci sono tanti concimi, liquidi e granulari, universali e per ogni tipo di pianta. Per quanto riguarda la scelta tra liquido e granulare, la scelta è semplice, almeno per le piante da interno: il concime liquido è più facilmente gestibile nelle bagnature. Per ciò che riguarda il tipo, se si tratta di piante da interno, che volete vedere prosperare con numerose foglie il più sane e grandi possibile, la scelta deve andare per forza su un concime liquido per piante verdi. Ricordate che l’azoto (N) è il macro-elemento più importante. Comprare un concime liquido ufficialmente per piante verdi, che però è povero di azoto può rappresentare un’occasione sprecata. Meglio scegliere un concime liquido ad alto tenore di azoto, come quello di CIFO, composto al 14% di azoto (N). Se avete anche una discreta quantità di piante grasse e succulente, non fate l’errore di risparmiare. Troppo azoto potrebbe essere deleterio per la loro crescita; meglio optare per un concime per piante grasse a basso tenore di azoto e alto tenore di Potassio (K).

Valutare eventuali potature

Se alcune delle vostre piante da interno hanno patito particolarmente eccessive bagnature e luce debole, perdendo foglie e indebolendosi vistosamente, la primavera è il periodo ideale per intervenire. Perché? Sempre loro, le ore di luce naturale. Più luce vuol dire più energia e quindi più capacità per qualsiasi pianta di rigenerarsi. Una potatura leggera aiuta la pianta a concentrare le energie su nuove foglie (e fiori). Facendo un esempio: se avete piante con portamento arboreo, come ad esempio Ficus Benjamin, che hanno foglie nella parte alta, ma risultano piuttosto spoglie nella parte bassa e centrale, potando i rami in altezza, andrete a stimolare la linfa a creare nuove vie di uscita, vale a dire nuove gemme sulla parte più bassa e spoglia della pianta. Usate sempre forbici ben affilate e disinfettate per evitare infezioni. Per le piante rampicanti o ricadenti, potete anche tagliare alcune parti per favorire una crescita più rigogliosa e armoniosa.

Aumentare il monitoraggio anti-parassiti

Con l’aumento delle temperature e delle ore di luce, anche gli insetti tornano in attività, parassiti inclusi. Afidi, cocciniglie, ragnetti rossi, tripidi possono comparire sulle piante da interno e indebolirle. È bene quindi fare prevenzione il più possibile, controllando regolarmente la pagina inferiore delle foglie, nebulizzando spesso, magari con prodotti che permettono anche un rafforzamento del sistema immunitario come un prodotto a base di propoli. La prevenzione è la chiave per mantenere le piante sane e forti. In caso non bastasse, ai primi segnali di infestazione, bisognerà intervenire il prima possibile con rimedi naturali l’Olio di Neem o l’estratto di Ortica, a seconda del problema riscontrato.

Considerazioni finali

Svolgere queste semplici ma fondamentali attività vi permetterà di aiutare le vostre piante da interno a ripartire con la giusta energia dopo l’inverno. Con qualche attenzione in più, godrete di una casa piena di verde rigoglioso per tutta la bella stagione. Siete pronte/i a rimettervi all’opera? La primavera è il momento perfetto per farlo!


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Sub-irrigazione: un ottimo metodo per bagnare le piante da interno

Sub-irrigazione: un ottimo metodo per bagnare le piante da interno

Scritto da Massimo Tortorici, 21 Gen 2025. Pubblicato in Caffè Tropicale.

Alla scoperta di un metodo di bagnatura semplice quanto efficace nella cura delle piante da interno.

Quante volte abbiamo visto pollici verdi nei film, nelle illustrazioni, nei cartoni animati, innaffiare le piante col classico annaffiatoio? La posa plastica, in piedi davanti alla “fortunata”, la mano sul fianco…perfino il buon Nanni Moretti nel film “Bianca” lo fa, anche se a dire il vero in quella circostanza non andava benissimo (andate a vedervi la scena, un vero cult)! Bene, quello è il metodo classico, che funziona praticamente sempre per le piante da esterno, quelle che teniamo in balcone, patio, giardino. Ma per le piante da interno va doverosamente tenuta in considerazione un’alternativa molto interessante, oggetto di questo articolo: la sub-irrigazione.

Capillarità vs. gravità

Sub-che? Direte voi. Facciamola facile: come bagnate le orchidee? Ecco, la sub-irrigazione non è che quel metodo lì, e cioè bagnare il terreno dal basso, attraverso i fori di drenaggio sul fondo del vaso, invece che dall’alto. Il principio è semplice: in sostanza, con la sub-irrigazione, l’acqua bagna il substrato per capillarità, e cioè viene inizialmente assorbita dalla parte più bassa del substrato, per poi bagnare gradualmente le parti via via superiori. Rispetto al metodo classico (dall’alto) la differenza è sostanziale: in questo caso infatti la gravità e la porosità del substrato fanno sì che l’acqua in eccesso venga scaricata dai fori di drenaggio. Possiamo quindi dire che, bagnando dall’alto, il terriccio all’interno del nostro vaso si bagna tutto ma in maniera non uniforme. Con la sub-irrigazione invece l’acqua penetra lentamente in tutti gli spazi del substrato. Si può regolare facilmente la quantità di acqua somministrata usando un sottovaso adeguato alla dimensione del vaso; riempiamo il sottovaso di acqua e, in base a quanto lo lasceremo, il substrato assorbirà. Quindi, se si vuole bagnare circa la metà più bassa del terriccio, per un vaso piccolo dovreste tenere la pianta “in infusione” 10-15 minuti, se il vaso è medio-grande, quindi con più terriccio da bagnare dovrete tenerla mezz’oretta. A fine tempo potete gettare via l’acqua rimasta.

Variabili che possono incidere sul metodo

Ci sono delle variabili di cui tenere conto, se si vuole applicare il metodo con successo:

  • Il contenitore usato per bagnare: abbiamo parlato del sottovaso, ma se “immergete” il vaso in un catino l’acqua, questa entrerà molto più velocemente all’interno. Se con il sottovaso (acqua all’esterno del vaso alta 2-3 cm) ci mettete 30 minuti a bagnare la metà più bassa del terriccio, con un livello dell’acqua esterno al vaso molto più alto potreste impiegare uno o due minuti a bagnare la metà più bassa del terriccio.
  • Fondo del substrato: vale a dire argilla espansa. Spesso vi dicono di metterla sul fondo del vaso e in alcuni casi può anche starci. Tenete però conto che l’argilla espansa l’avete messa sul fondo per drenare e quindi non assorbire troppo l’acqua in eccesso. Quindi, se vorrete sub-irrigare con successo, dovrete stimare l’altezza del fondo di argilla espansa e far in modo che l’acqua fuori dal vaso salga oltre di 2-3 cm. L’argilla espansa alza il fondo del vaso, e quindi voi dovrete partire da più in alto, altrimenti il metodo non funziona.
  • Piante assetate: se provate a bagnare per sub-irrigazione una pianta assetata, che però ha le radici ancora sane e non secche, state sicure/i che non appena l’acqua le toccherà, le radici tireranno su con estrema rapidità. In questi casi è raccomandabile fare un secondo giro d’acqua, riempendo nuovamente il sottovaso. Questa situazione può facilmente presentarsi in primavera-estate, un po’ meno in autunno-inverno, periodo in cui le piante sono molto più “ferme” a livello metabolico.

Perchè è molto utile sub-irrigare in inverno

L’inverno appunto. In inverno usare la sub-irrigazione come metodo di bagnatura può rivelarsi una scelta molto azzeccata. Come accennato nel paragrafo precedente, e come già approfondito in altri articoli sull’argomento, in inverno le piante consumano molto meno. Facendo meno fotosintesi, le radici asciugano il terriccio molto più lentamente di quanto non avvenga in estate (in cui tra l’altro aumenta la traspirazione fogliare causa caldo); il substrato in pratica rimane molto più umido e molto più a lungo. Capite bene che per molte piante da interno una condizione simile può far marcire qualche radice, sfociando anche in un più grave marciume radicale. La soluzione è semplice: sub-irrigate! Se lo fate correttamente terrete la vostra pianta molto più asciutta. Potrete anche “sbagliare”, anticipando di qualche giorno la bagnatura; in ogni caso la pianta sarà più asciutta del caso in cui la bagnaste dall’alto. Attenzione ad applicare il metodo nel modo giusto: sottovaso, penetrazione dell’acqua graduale e stop dopo un tempo concordato. Se vi dimenticate l’acqua lì, si potrebbe anche bagnare tutto il terriccio e a quel punto avrete fatto peggio. Ricordate, con la sub-irrigazione l’acqua penetra ovunque. Svuotate il sottovaso, ad un certo punto.

Piante da sub-irrigare tutto l’anno

Non solo in inverno. In casi specifici, la sub-irrigazione può essere una vera manna, se non una necessità, in tutte le stagioni dell’anno. Quali casi? Tutti quelli in cui la pianta in questione ha struttura e caratteristiche botaniche che la rendono meno affine al metodo classico di bagnatura dall’alto.
Facciamo un paio di esempi: Begonia Ferox, Masoniana, e in generale tutte le Begonie a portamento cespuglioso. La cosa da evitare a tutti i costi è il ristagno idrico tra le foglie. Una Begonia tenuta all’interno, senza vento, potrebbe rimanere troppo umida nella parte aerea più fitta, vicino al terriccio, e questo potrebbe provocare marciume del colletto. Meglio sub-irrigare, superficie terrena e fusti rimarranno asciutti. Un altro esempio è il Senecio Rowleyanus: pianta succulenta che, oltre a voler stare più asciutta dentro il vaso, vuole stare asciutta fuori dal vaso. Soprattutto quando è fitta, il rischio che i fusti alla base rimangano molto umidi, se non addirittura bagnati, è molto alto, sempre se parliamo di un Senecio tenuto indoor. Con la sub-irrigazione non ci saranno rischi. Stesso discorso lo possiamo fare per altre piante con caratteristiche simili ai nostri due esempi, e cioè Ceropegia Woodii, Rhipsalis, Felci, etc.

Sub-irrigazione per altri scopi

Piccolo “paragrafo bonus” per suggerire un altra situazione in cui può convenire sub-irrigare: l’adattamento di una talea radicata da acqua a substrato. Sappiamo che questo passaggio è molto delicato, bisogna trovare il giusto equilibrio di umidità in grado di non far marcire nè seccare tutte le radici in dotazione alla vostra talea. Bene, sub-irrigando potreste trovare questo equilibrio. Come sempre c’è solo un modo per saperlo: provare. 


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Alcune semplici regole per la cura ottimale della Tillandsia

Alcune semplici regole per la cura ottimale della Tillandsia

Scritto da Massimo Tortorici, 23 Ott 2024. Pubblicato in Caffè Tropicale.

Considerare le Tillandsie delle vere e proprie piante è il primo passo. Curarle in maniera completamente diversa dalle altre piante è il passo successivo.

Capita spesso ti scovare, nei mercatini di piccoli artigiani, siano questi legati al mondo delle piante o non, eleganti oggetti decorativi, da tenere sospesi tramite un gancio, da esporre poggiati, o da appendere al muro. Il comun denominatore è l’elemento “verde” incluso nel prodotto, vale a dire la Tillandsia. Già, quella strana pianta che non sembra appartenere al regno vegetale: niente radici, strane foglie, spesso di colore non convenzionalmente verde, e quasi sempre integrate in altri elementi, a formare, appunto, un oggetto decorativo. Che ve le abbiano regalate o le abbiate comprate per voi, trattandosi comunque di piante, c’è una sola domanda che dovete porvi, prima ancora di capire dove collocare quell’oggetto decorativo: come si curano le Tillandsie? Di quanta luce hanno bisogno? Di quanta umidità? Come si tengono vive e magari le si fa crescere? Proviamo a parlarne in questo articolo, cercando anche di sfatare qualche falso mito.

Le Tillandsie non sono piante autonome

Il principale falso mito legato alle Tillandsie è proprio nel titolo di questo paragrafo. Le Tillandsie non sono piante autonome. Sono piante, per l’appunto, e quindi, come tutte le piante, hanno bisogno di determinate cure. Cioè, nel momento in cui mettiamo in casa un oggetto decorativo che ha nella presenza di Tillandsie una delle sue caratteristiche principali, dobbiamo già sapere che quella “cosa” verde o grigio-verde che ci piace tanto, non può “campare d’aria”. Già, non basta l’umidità del nostro bagno. Né tantomeno è sufficiente spruzzarla una volta ogni tanto. Se pensate che basti così poco, state certe/i che la vostra Tillandsia avrà vita breve e che poi vi ritroverete un quadretto, un’ampolla, o qualunque altro supporto decorativo senza la vera protagonista, e quindi spoglio, inutile. Per capire come mantenere una Tillandsia bisogna tornare alle origini, e cioè, come avviene per tutte le piante, soprattutto quelle tropicali, inquadrare il contesto in cui vivono e prosperano in natura.

Come e dove vivono le Tillandsie in natura

Originarie delle zone umide di centro e sud-america, le Tillandsie sono anche chiamate “Air Plants” e cioè letteralmente “piante dell’aria”. La ragione è semplice: l’esiguo apparato radicale delle Tillandsie serve loro solo ad ancorarsi ad un sostegno (un po’ come le Orchidee e come tutte le “epifite” in generale), mentre per nutrirsi utilizzano le foglie. La Tillandsia, cioè, massimizza l’umidità ambientale (e anche le piogge), incamerandola attraverso le foglie, nello specifico attraverso micro-strutture chiamate “tricomi”. Simili agli stomi, questi pori, fondamentali per l’assorbimento dell’umidità, in molti casi servono anche a schermare la Tillandsia da eventuali raggi diretti. Ora, immaginate di trovarvi nello Yucatan nel bel mezzo di una foresta lussureggiante, l’umidità del giorno, quella notturna, le tipiche piogge tropicali. Ecco, ora tornate a casa vostra, l’ambiente più umido magari, il bagno. Secondo voi una Tillandsia sarà mai in grado di cavarsela da sola, o con qualche nebulizzazione ogni tanto? La risposta la conoscete già.

Nebulizzazione

Appurato che le Tillandsie hanno bisogno di molta umidità per stare al meglio, dobbiamo calarle nella realtà delle nostre abitazioni e della nostra routine/impegni quotidiani. È chiaro che non potremo mai garantire l’umidità di una foresta tropicale. Quello che possiamo fare è adottare una soluzione pratica e veloce, da adottare più o meno quotidianamente, giusto per farla sopravvivere: nebulizzare dell’acqua. Non semplice acqua del rubinetto, soprattutto se questa è molto calcarea. Il rischio è che nel tempo i “tricomi”, i pori presenti sulle foglie deputati al nutrimento, possano otturarsi. Meglio quindi usare acqua minerale, micro-filtrata, o del rubinetto ma solo se fatta decantare 24-48h. Anche l’acqua distillata va benissimo. Il consiglio è di tenere da parte un flaconcino con nebulizzatore contenente l’acqua per le vostre Tillandsie e di adottare la routine di dare 3-4 spruzzate al giorno. Fondamentale che l’acqua fuoriesca miniaturizzata e che questo venga fatto almeno a 30 cm di distanza. Il motivo? Evitare pericolosi ristagni idrici tra le foglie.

Bagnetto ricostituente

Ok nebulizzarle, ma volete mettere un bel bagno in una vaschetta piena d’acqua? Fare un bagno ogni tanto è fondamentale per le Tillandsie “casalinghe”. La nebulizzazione quotidiana è infatti una soluzione tampone, ma il grosso dell’acqua bisogna farglielo prendere con un bel bagno. La durata del bagno sarà direttamente proporzionale alla frequenza che intendete adottare e al numero di giorni di autonomia che volete dare alla vostra Tillandsia. Facendo due esempi pratici: nella stagione estiva, nei periodi in cui sarete in casa, basterà fare un bagnetto di 5-10 minuti ogni 2 settimane, considerando però anche le nebulizzazioni quotidiane; il giorno prima di andare in vacanza 15 giorni, sarà invece necessario fare un bagnetto di mezz’ora, per dare alla vostra Tillandsia la possibilità di incamerare più acqua. In inverno, con metabolismo più lento causa meno luce, basterà fare un bagnetto al mese. In ogni caso, tenete conto che quando i margini delle foglie della vostra Tillandsia si chiudono verso l’interno, vuol dire che è arrivato il momento del bagno. Usare sempre acqua a temperatura ambiente, poco o per nulla calcarea, come riportato nel paragrafo precedente.

L’importanza dell’acqua piovana

Volete portare la salute delle vostre Tillandsie al livello successivo? La risposta è: pioggia. No, non dovete metterla sotto la pioggia. Basterà raccogliere acqua piovana, metterla da parte, e usarla per i bagnetti. L’acqua piovana è infatti ricca di azoto, elemento fondamentale per la crescita rigogliosa di qualsiasi pianta, Tillandsie incluse, e rappresenta quindi il modo migliore per nutrire al meglio le vostre Tillandsie. Vedrete, quasi cambieranno forma dopo un bagnetto in acqua piovana! In alternativa, è possibile utilizzare concime per orchidee, diluito a ¼ o più rispetto a quanto espresso in etichetta.

Attenzione ai ristagni (e alla luce)

Sia che nebulizziate, o che gli facciate il bagno, è importantissimo evitare i ristagni idrici. Nel primo caso, basterà avere un nebulizzatore che miniaturizzi bene l’acqua (no gocce grandi) e spruzzare a una distanza di almeno 30 cm; nel caso del bagno, invece bisognerà scrollare bene la vostra Tillandsia a fine bagnatura, in modo da far cadere giù eventuali gocce d’acqua intrappolate nelle ascelle fogliari. In natura le Tillandsie non hanno problemi di ristagno, l’aria, il vento, fanno il loro dovere. In un ambiente tranquillo come un appartamento, bisogna organizzarsi con altro (vietato usare l’asciugacapelli!). Un aspetto da non sottovalutare: proprio perché le Tillandsie sono piante a tutti gli effetti, che in natura vivono in ambienti con luce intensa, è importante assicurare loro la giusta dose di luce, diffusa meglio che diretta. Non fate che le mettete in un bagno cieco!

Considerazioni finali

Oltre alle semplici cure di cui necessitano le Tillandsie, una cosa è certa: sia che compriate un oggetto decorativo comprendente una Tillandsia, o che vi inventiate voi un modo originale per esporla, è molto importante pensare alla praticabilità della manutenzione. In qualsiasi modo questa sia ancorata ad un supporto, deve sempre esserci un modo sufficientemente semplice di sganciarla per permettervi di farle un bel bagnetto ogni tanto; allo stesso modo il supporto deve poter sopportare nebulizzazioni quasi quotidiane, senza rovinarsi. Sembrano due aspetti scontati, ma dando un’occhiata a cosa si trova in giro, non lo sono per niente. La salute della Tillandsia prima di tutto!


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Big 5: le 5 piante XXL per arredare con stile il proprio soggiorno

Big 5: le 5 piante XXL per arredare con stile il proprio soggiorno

Scritto da Massimo Tortorici, 8 Set 2024. Pubblicato in Caffè Tropicale.

Ci sono piante che da sole riescono a dare un’impronta elegante, tropicale e moderna ad un ambiente. Ecco le nostre 5 preferite.

Quando si va a fare dei safari in Africa, in Tanzania come in Botswana, ci si mette in jeep con la voglia di vedere quanti più animali possibili. Alcuni però, cinque per l’esattezza, sono in cima alla lista dei desideri di tutti: i famosi “Big 5”! L’origine dell’espressione non è in realtà felicissima: a quanto pare venne coniata dai frequentatori di safari di caccia in riferimento ai 5 più pericolosi animali da cacciare, cioè ci si riferiva a quelli che venivano ritenuti essere i “premi” più ambiti. Nel tempo (per fortuna) questa espressione è entrata a tutti gli effetti nel gergo di chi racconta una vacanza a base di safari “ludici”, fotografici. L’espressione “Big 5” può essere fuorviante, perché induce a pensare alla dimensione. Ecco, se volessimo portare questo concetto nel mondo delle piante da interno, pensando sia alle dimensioni, al portamento, sia alla desiderabilità, quali sarebbero le Big 5? Quali le 5 piante XXL dal portamento maestoso, ambite per la loro capacità di dare un deciso carattere tropicale ad un ambiente, capaci di arredare da sole un soggiorno? Ecco a voi le nostre Big 5.

Kenzia

Partiamo dalla più classica, la Kenzia. Conosciuta in botanica come Howea Forsteriana, fu scoperta a fine settecento proprio sull’isola di Howe, a centinaia di chilometri dalla costa est australiana. Nella seconda metà dell’ottocento venne introdotta in Europa e Stati Uniti come pianta da interno e da lì il successo crebbe a dismisura. Le Kenzie hanno riempito uffici governativi, palazzi reali, hotel, salotti eleganti, lo hanno fatto e tutt’ora lo fanno. Il motivo è duplice, di natura pratica e, ovviamente, estetica. Le Kenzie sono in grado di adattarsi bene agli ambienti chiusi, tollerando condizioni di luminosità non eccelsa. L’apparato radicale, trattandosi di palme, non è così ingombrante e la crescita è lenta, motivo per cui i rinvasi possono essere fatti a distanza di anni l’uno dall’altro. Per quanto attiene all’estetica il discorso è semplice: la Kenzia è LA pianta elegante per antonomasia. Le sue grandi foglie alte e aggraziate, la crescita in verticale e “a ventaglio”, la frondosità lussureggiante che può esprimere un esemplare con più fusti ravvicinati, fanno della Kenzia una pianta in grado di dare un tocco esotico ed elegatne a qualsiasi ambiente di grandi dimensioni. Una pianta grande ma al tempo stesso “leggera”, che non appesantisce la vista. Per tutte queste ragioni la Kenzia è diventata un “grande classico” dell’arredamento da interno.

Strelitzia Nicolai

Rimaniamo sul portamento “slanciato a ventaglio” ma facciamo un salto dall’Oceania all’Africa, zona sud-orientale del continente. Le Strelitzie sono originarie di questa zona del mondo dove crescono, nel caso della S. Nicolai, altissime sotto il sole australe. La Strelitzia Nicolai è una pianta che, a partire dalla seconda metà del novecento ha colonizzato milioni di soggiorni, locali, bar, negozi, ma anche terrazzi, patii, giardini.
Nelle zone a inverno più mite infatti non ha alcuna difficoltà ad adattarsi anche all’esterno. La Strelitzia Nicolai spesso viene associata, a volte confusa, con altre due piante: il Banano e la Strelitzia Reginae. Con la prima è imparentata alla lontana e in effetti ha foglie apparentemente simili, ma molto più resistenti al vento, più rigide e di un verde più brillante; anche l’ingombro è diverso, avendo ogni fusto di Strelitzia foglie che crescono in 2 sole direzioni, una opposta all’altra (quelle del Banano crescono a 360 gradi, in tutte le direzioni). La differenza rispetto alla sua parente più stretta invece, la S. Reginae, è nell’altezza, più sproporzionatamente grande, e nel fiore. Eh sì, la Strelitzia Nicolai, anche chiamata “Uccello del Paradiso Gigante” fa un fiore molto simile (diverso solo nei colori) a quello del famosissimo “Uccello del Paradiso”, la Strelitzia Reginae appunto. Rispetto alla Kenzia, la Strelitzia Nicolai ha bisogno di abbondante luce indiretta, per crescere al meglio e di qualche rinvaso in più, nel tempo. Un vaso con esemplari di dimensioni medio-piccole (1-1,20 metri) in un soggiorno fa già “Tropici”, un vaso con esemplari di dimensioni medio-grandi (2,5-3 metri) produce un solo effetto: WOW!

Monstera Deliciosa

Pianta del Pane, Swiss Cheese Plant, Pianta coi “buchi”, chiamatela come vi pare (per favore non “Filodendro”!), fatto sta che la Monstera Deliciosa è a tutti gli effetti la pianta da interno più iconica di tutte. Le sue foglie sono praticamente ovunque, su lenzuola, tende, tovaglie da tavola, magliette, tazze,etc. E anche in moltissimi salotti, locali e giardini mediterranei. La prima citazione botanica risale al 1763, ma è stata catalogata solo 80 anni dopo. Ma, non essendo pratica come una Kenzia, c’ha messo un po’ a debuttare nel mercato “consumer”. Ebbene, a partire dagli anni ’50 del novecento il successo della Monstera Deliciosa è cresciuto esponenzialmente. I suoi fusti devono essere ben ancorati ad un sostegno, e le foglie possono diventare davvero ingombranti, ma ogni volta che ne nasce una nuova, il cuore vi batterà a mille. Ogni foglia di Monstera è diversa dall’altra, e più grandi le farà, maggiori saranno le fessurazioni e i buchi presenti. Una vera e propria opera d’arte in un angolo luminoso del vostro soggiorno. Diffidate dalle imitazioni, soprattutto quelle artificiali!

Ficus Lyrata

OK, finora abbiamo citato delle vere e proprie istituzioni, giganti verdi che sono nel giro dell’arredo da interni da decenni. Ora però parliamo di una pianta salita alla ribalta solo di recente, a partire da inizio 2000, sua maestosità Ficus Lyrata! Originario dell’Africa centro-occidentale, il Ficus Lyrata è forse la pianta più apprezzata da architetti di interni e arredatori. Spesso utilizzato come punto focale in una stanza, grazie al suo aspetto elegante e imponente, è particolarmente ideale per ambienti moderni e minimalisti, dove le sue foglie grandi e verdi creano un contrasto con arredi sobri e neutri. C’è un altro aspetto che lo rende estremamente unico e altamente desiderabile, come una big 5 che si rispetti: la possibilità di assumere una forma ad albero. Gli esemplari di Ficus Lyrata già impostati come veri e propri alberi da interni sono parecchio costosi, costosissimi se sono anche già oltre i 2 metri di altezza. Volete risparmiare? Vi basterà comprarne uno relativamente giovane, a fusto singolo, e decidere voi quando e a che altezza cimarlo per indurne la ramificazione. Una cosa è certa, le venature delle sue grandi foglie lucide aggiungeranno un tocco di design ed eleganza unici al vostro (luminoso) soggiorno.

Alocasia Regal Shields

Per l’ultima delle 5 stupende piante trattate in questo articolo, facciamo un’eccezione sull’origine. Parliamo infatti di una “cultivar”, cioè di una pianta creata “artificialmente” incrociando varietà diverse. In questo caso specifico, parliamo dell’Alocasia Regal Shields, vera e propria campionessa di eleganza, esotismo e “coolness”. Creata in Florida nel 2007 incrociando un’Alocasia Odora (molto simile alla Alocasia Macrorrhizos “Orecchie di Elefante”) e un’Alocasia Reginula (detta anche “Alocasia Black Velvet”), l’Alocasia Regal Shields ha rapidamente guadagnato popolarità grazie al suo aspetto esotico e imponente. Le sue grandi foglie verde scuro sono perfette per creare un contrasto con pareti chiare o arredi in toni neutri. La sua crescita verticale la rende ideale per riempire angoli o spazi vuoti in stanze ampie, ma senza esagerare (mediamente mantiene 4-5 foglie per rizoma). Sviluppando foglie in tutte le direzioni, è una pianta la cui presenza scultorea è perfetta accanto ad un divano, magari posizionato a centro stanza. Come tutte le Alocasie, anche la Regal Shields in inverno tende a perdere qualche foglia in più, essendo rizomatosa, ma potrete limitare le perdite spostandola in una posizione dove riceve più luce e bagnandola di meno, magari per sub-irrigazione. In ogni caso, data la bellezza delle sue foglie, statene certe/i, anche una sola foglia sarà fonte di brividi ad ogni sguardo.


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Breve guida per far crescere al meglio le piante da interno in estate

Breve guida per far crescere al meglio le piante da interno in estate

Scritto da Massimo Tortorici, 30 Mag 2024. Pubblicato in Caffè Tropicale.

Alcuni utili concetti per affrontare al meglio la stagione estiva e chiuderla con piante ancora più rigogliose e in salute

L’estate e alle porte o è già in atto (dipende da quando leggete questo articolo). Le nostre piante da interno si sono già risvegliate da qualche settimana, le tante ore di luce stanno alimentando a dovere la loro crescita. Che voi abbiate solo Pothos e Ficus o che siate collezioniste/i di Calathee, Alocasie o Begonie (auguri), una domanda pian piano si fa strada: resisteranno all’estate? Già, perché sebbene la stagione estiva sia piena di luce, nasconde diverse insidie e spesso la crescita delle piante che teniamo dentro non soddisfa le aspettative. Ci sono dei trucchi per riuscire a sfruttare al massimo il potenziale estivo? Certo che sì! Leggete questo articolo, fino alla fine, per saperne di più.

Dentro o fuori?

Arrivata la bella stagione, la prima domanda che dovreste porvi (se avete una zona all’aperto, tipo balcone, terrazzo, patio, etc.) è “Porto le mie piante fuori?”. La risposta è “dipende”. L’harden off, ossia il portare fuori le proprie piante per far sì che beneficino di tanta luce extra si basa su un concetto molto semplice: più luce=crescita migliore e più veloce. Assorbendo luce praticamente doppia rispetto a quanto avviene all’interno, le piante infatti fanno molta più fotosintesi, e producono quindi molta più energia utile a sviluppare fusti, foglie e, dove possibile, fiori. “E allora perché la risposta è “dipende”?” direte voi. Perchè prima di metter fuori le vostre piante dovete considerare alcuni aspetti. Approfondiamoli brevemente.

Avete un posto sufficientemente ombreggiato all’esterno?

Il sole diretto primavera-estivo può rovinare le foglie, in alcuni casi fiaccare pesantemente piante che sono abituate ad avere luce schermata. Per essere sicure/i di non traumatizzare fatalmente le vostre piante, è quindi molto importante posizionarle in posti dove arriva la prima luce del mattino o quella del tardo pomeriggio, o al massimo dove ci sia una bella tenda da sole a schermare i raggi solari nelle ore più calde. Informazione collaterale importante: le piante “da interno” vanno portate fuori quando le condizioni esterne sono ormai stabili e le temperature più o meno simili a quelle interne. Non fate che portate fuori le vostre piante ai primi caldi di marzo e poi le cestinate dopo un’ondata di freddo anomalo a fine aprile.

Sarete in grado di tenere costantemente idratate le vostre piante?

Ma certo, il caldo, voi direte. È ovvio fuori fanno 30 gradi bisognerà bagnare molto più spesso. Beh, la realtà è che il terriccio delle vostre piante si asciuga molto più rapidamente sì, ma perché la pianta assorbe molta più luce. Consuma di più, in altre parole (fa più fotosintesi). Poi certo, il caldo accelera l’evaporazione, motivo per cui è consigliabile innaffiare durante le ore più fresche della giornata. E il caldo fiacca anche alcune piante tipicamente più sensibili agli eccessi termici, come le “famigerate” Calathee. Dovrete quindi stare molto più sul pezzo, una pianta che in estate, all’interno, bagnate una volta a settimana, potrebbe aver bisogno di acqua ogni 2-3 giorni. Vietato dimenticarsi. O in alternativa, c’è una soluzione di cui parleremo a breve. Non mollate, continuate a leggere.

Siete disposte/i a vedere dei vuoti in casa?

Sembra il problema meno rilevante, ma in realtà, se le piante hanno un senso come complemento di arredo, anche questo è un tema rilevante. Se poi di piante ne avete solitamente tante e raggruppate in pochi punti della casa, beh allora diventa la vera questione. Un consiglio molto semplice? Magari potreste pensare di portare fuori solo piante che hanno sofferto più di altre in inverno, piante che hanno bisogno di recuperare foglie ed energie più rapidamente. E la luce, credetemi, è la migliore delle medicine.

Concimi, biostimolanti, o solo acqua?

Esauriti (si spera) i dubbi sul portare o non portare fuori le proprie piante da interno, passiamo al secondo macro-aspetto: il nutrimento. Domanda facile: a voi piacerebbe mangiare sempre pasta al pomodoro a pranzo e insalata/frutta per cena? Bene, se date solo acqua alle vostre piante, le farete sopravvivere sì, ma sempre con carenze più o meno gravi in termini di nutrimento. Una pianta ha bisogno di tanti diversi minerali, per poter svolgere al meglio i processi dai quali ottiene energia. L’acqua, che sia del rubinetto, micro-filtrata o minerale, ha una quantità base di elementi, ma ha bisogno di essere arricchita con tanto altro. Per questo c’è bisogno di usare un concime. In questo articolo c’è una panoramica completa sui concimi, con focus su quelli liquidi. In alternativa potreste provare a raccogliere acqua piovana, naturalmente azotata e quindi molto indicata per favorire la crescita di nuove foglie, ma forse in estate può risultare un po’ difficile. E i biostimolanti? Non trattateli come semplici integratori! Anzi, Algatron di Cifo può risultare molto utile, se somministrato prima dell’arrivo del grande caldo, o comunque prima di andare in vacanza. Leggete qui per ulteriori approfondimenti.

Conetti auto-irriganti: modalità turbo inserita

Ed eccola, quella che le donne e gli uomini di marketing chiamerebbero “killer application”, l’elemento che spariglia le carte. Un oggetto apparentemente innocuo, spesso utilizzato solo quando si va in vacanza. In realtà, i conetti auto-irriganti, comunemente chiamati “conetti” vanno considerati come dei veri e propri strumenti di irrigazione, alternativi alla combo mano-annaffiatoio. In molti casi funzionano molto meglio di quest’ultima. Il principio è semplice, inserite il conetto nel terreno, lo riempite di acqua, srotolate il tubicino e lo immergete in un contenitore pieno d’acqua; il conetto verrà costantemente alimentato di acqua, e altrettanto costantemente erogherà umidità attraverso le sue pareti in argilla. Risultato? La pianta sarà sempre idratata, patirà meno il caldo e soprattutto percepirà meno il rischio di rimanere all’asciutto. Spesso, in estate, le piante paradossalmente arrestano la propria crescita perché, nonostante la molta luce a disposizione, le temperature sono troppo elevate e ogni tanto sentono il terriccio troppo asciutto. Vanno in stand-by quindi. Con i conetti auto-irriganti Blumat questi problemi svaniscono: non solo la pianta percepirà meno pericoli, ma crescerà molto più rigogliosamente, soprattutto se parliamo di Alocasie, Anthurium, Begonie, Calathee, e tutto il mondo delle Aracee in generale. I conetti vanno in automatico, sempre e comunque, l’unica cosa che potete regolare è la quantità d’acqua erogata, la velocità, posizionando il contenitore d’acqua più in basso (più lento) o più in alto (più lento) rispetto al punto in cui il conetto si innesta nel terreno. Ne consegue che in estate potreste probabilmente usare i conetti per l’intera stagione! Ma da fine settembre in poi, quando la luce comincia a ridursi drasticamente e le piante cominciano a rallentare, bisognerà monitorare la situazione: se il terriccio comincia ad essere troppo zuppo, vuol dire che è arrivato il momento di rimuovere il conetto e conservarlo per la prossima estate.

Stroncare i parassiti sul nascere

L’estate, come abbiamo detto, è la stagione della luce e del caldo; purtroppo però è anche quella dei parassiti. Che si tratti di cocciniglia, ragnetto rosso o tripidi, tutti hanno in comune un paio di aspetti: si riproducono molto velocemente e sono in grado di vanificare tutti gli sforzi nostri e delle nostre piante nella ricerca della crescita e della rigogliosità. Le regole ferree da seguire sono due, semplici, ma spesso sottovalutate:

  • Osservate le vostre piante più volte alla settimana. Verificate se le foglie hanno il colore giusto, insospettitevi a dovere se compare qualche macchia, se qualche foglia cade o se le nuove foglie non si aprono correttamente. A volte bisogna osservare le piante da molto vicino, il ragnetto rosso non è propriamente così facile da vedere ad occhio nudo.
  • Intervenite tempestivamente; con un prodotto specifico, aggiungerei. Quando c’è un’infestazione in corso, bisogna affrontarla di petto. La velocità di riproduzione dei parassiti è inesorabilmente sostenuta e qualunque rimedio fatto in casa, per quanto teoricamente corretto, potrebbe non funzionare. Ormai sul mercato ci sono soprattutto prodotti biologici, non fatevi scrupoli ad acquistarli e ad utilizzarli con frequenza e dosaggi consigliati.

Seguite attentamente queste due regole e non dovrete passare l’inverno a rimpiangere quella pianta tanto rigogliosa che ad un certo punto ha cominciato a perdere tutte le foglie fino a morire.

Conclusioni

Insomma, l’estate può sembrare una stagione agevole per la cura delle piante da interno, ma non lo è affatto, per molti versi. O comunque, spesso ci creiamo delle aspettative che vengono disattese. Solo affrontandola con la dovuta attenzione e con i giusti prodotti, a fine settembre potrete dire: “Però, quanto sono cresciute!”


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Tripidi: come riconoscerli ed eliminarli per sempre

Tripidi: come riconoscerli ed eliminarli per sempre

Scritto da Massimo Tortorici, 17 Apr 2024. Pubblicato in Caffè Tropicale.

Piccolo approfondimento su un parassita potenzialmente in grado di infestare un intero ambiente di piante indoor

Nelle stagioni calde, si sa, le nostre piante da esterno e anche quelle da interno crescono visibilmente. Un periodo d’oro, quello che va da marzo ad ottobre, da sfruttare al massimo per godere di piante sane e rigogliose nel resto dell’anno. Ci sono però alcuni elementi di disturbo che si manifestano anche e soprattutto in questa stagione. Stiamo parlando, ovviamente, di parassiti. Tra i più sottovalutati ci sono loro, i tripidi, insetti fitofagi, visibili ad occhio nudo, che sono soliti raggrupparsi sulle foglie più tenere delle nostre piante ornamentali (e non solo). I sintomi sono chiari: foglie che si decolorano, con tante mini-cicatrici, crescita completamente bloccata, debolezza generale. I rimedi disponibili sul mercato non sono tanti, come per altri amici parassiti (vedi afidi e cocciniglie). Proprio per questo è ancora più importante capire come riconoscere i tripidi e come intervenire in caso di infestazione.

Come riconoscere i tripidi e perchè bisogna non sottovalutarli

Allo stadio larvale/giovanile, i tripidi hanno un aspetto longilineo (circa un paio di millimetri), colore giallino e strisciano lungo la superficie della foglia come dei veri e propri vermetti. Li si può trovare isolati, ma è comune vederli in gruppetti, sulla stessa foglia. Una volta cresciuti, i tripidi assumono una lunghezza circa doppia, colorazione brunastra/nera e, soprattutto, sono provvisti di ali! Ed è questa la caratteristica che li rende più fastidiosi di altri parassiti. Mentre gli altri parassiti in genere si limitano a rimanere sulle piante dove risiedono le uova, o comunque passano da una pianta all’altra tramite contatto, o trasportati da fattori esterni (vedi afidi), i tripidi possono infestare interi ambienti outdoor/indoor per via aerea. Un problema non da poco. Vi conviene quindi aggredire un’infestazione il prima possibile. Vediamo come.

I (pochi) rimedi contro i tripidi

Dimenticate le innumerevoli soluzioni suggerite per la cocciniglia, per i tripidi il prodotto che funziona al meglio è uno solo: il piretro. Sul mercato ci sono diversi prodotti a base di piretro, come Piretro Garden di CIFO (PFnPO). Uno dei pochi prodotti “chimici” tuttora consentito in agricoltura biologica, il Piretro è un valido alleato anche contro afidi, aleurodidi, bruchi (come quelli che solitamente infestano i gerani). Una volta acquistato quindi torna utile anche per altri scopi. Comunque, pur lasciando un alone sinistro sulla lamina fogliare, il composto non viene assorbito dai tessuti, ma agisce solo per contatto. È quindi molto importante irrorare bene tutta la chioma della pianta, in modo da “beccare” quanti più tripidi possibile. Un paio di trattamenti dovrebbero bastare, stiamo parlando comunque di un prodotto aggressivo.

Ci sarebbe anche la soluzione “Olio di Neem”, l’antiparassitario bio per così dire “universale”. Efficacia leggermente più bassa del piretro, è consigliabile il suo utilizzo solo se proprio ne avete in casa un bel po’ e non volete svenarvi a comprare un altro prodotto.

La rimozione manuale dei tripidi? Divertente, sì, apparentemente efficace, ma la realtà è una sola: dopo aver pulito bene le foglie, tempo 10-15 giorni e le larve gialline di tripidi ricompariranno magicamente. Provare per credere.

Si può fare prevenzione contro i tripidi?

Certo che sì! Il problema, come per tutti i metodi di prevenzione, siamo noi che dobbiamo attuarli. Bisogna prima di tutto credere nell’efficacia di metodi/prodotti, ma soprattutto bisogna poi essere costanti. I cicli di prevenzione dovrebbero essere ripetuti per tutto il ciclo vegetativo della pianta. L’obiettivo è rendere inospitali le foglie delle nostre piante e i prodotti che possono aiutare in tal senso sono due:

  • Polvere di Roccia: composto a base di minerali, esercita un’importante azione disidratante sulla lamina fogliare, azione che rende, di fatto, le foglie meno appetibili per gli insetti masticatori. Consentito in agricoltura biologica, è in effetti molto utile utilizzarlo su piante già attaccate in passato e come potenziale protettore verso larve minatrici e una serie di malattie fungine.
  • Sapone Molle: eh già, questo prodotto non è utile solo contro la cocciniglia. Il sapone molle, come noto, lava la superficie fogliare e la rende più scivolosa, non solo per le cocciniglie, ma per qualsiasi tipo di insetto voglia stazionarvi, magari per stare lì a succhiar linfa. Se ne avete in casa, perché non provarlo.

Conclusioni

Lo avrete capito, i tripidi sono a tutti gli effetti una minaccia per le nostre piante ed è importante riconoscerli e non sottovalutarli. Solo un rapido riconoscimento e l’attuazione delle giuste contromisure permetteranno alle piante attaccate di superare al meglio l’inconveniente e soprattutto di tornare a crescere sane e rigogliose!


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Come far rifiorire un’orchidea

Come far rifiorire un’Orchidea

Scritto da Massimo Tortorici, 27 Feb 2024. Pubblicato in Caffè Tropicale.

Tutto quello che bisogna sapere per far fiorire nuovamente le proprie Orchidee

Le Orchidee. Tra le poche piante che, durante il loro ciclo di vita passano dall’essere considerate bellissime, stupende, a brutte, inutili, insignificanti. Eh già i fiori delle Orchidee sono preponderanti molto più che per altre piante. No di certo per il profumo, praticamente inesistente, e solo parzialmente per il loro leggendario aspetto estetico. Il motivo principale per il quale i fiori di un’orchidea “fanno così tanto la pianta” è che durano settimane, in molti casi mesi, se siete brave/i.

Ed è così che quando le Orchidee perdono i fiori andiamo nel panico e non sappiamo più cosa farci con quella pianta piena di radici a vista, bassa, con 4-5 foglie piatte e insignificanti. A meno che non si sappia come farle rifiorire. Ecco, questo articolo è per voi, voi che siete tentate/i di relegare in un angolino la vostra Orchidea sfiorita o, peggio ancora, cestinarla (sì, succede anche questo).

Come funziona un’Orchidea

Le Orchidee sono piante epifite, cioè in natura crescono aggrappate a tronchi e rami di alberi; le radici sono pressoché esposte all’aria, e nutrono la pianta mantenendosi umide tramite la pianta ospite e l’aria circostante. La fioritura è, come tutti sappiamo, contraddistinta da fiori più o meno grandi, molto appariscenti, dai colori e forme più disparate. Una pianta che ha fiori di tale caratura deve, per ovvi motivi, avere una struttura che le permetta di assorbire tanto nutrimento e di trasformarlo in energia; è per questo che le Orchidee hanno un apparato radicale così ingombrante oltre che forte (devono pur sempre aggrapparsi ad un supporto). Ed è per questo che le foglie di un’Orchidea, soprattutto per le Phalaenopsis (la varietà in assoluto più diffusa, ma quello che scriveremo qui vale un po’ per tutte le varietà di Orchidea), sono così turgide e carnose. Ecco, banalmente, foglie e radici sono i due elementi endogeni che fisiologicamente determinano la capacità per un’Orchidea di fiorire in futuro.

Come e perchè cimare uno stelo sfiorito

Prima di approfondire le cure di radici e foglie, parliamo però di un aspetto fondamentale, propedeutico alla ri-fioritura: il trattamento degli steli sfioriti.
Per prima cosa, dobbiamo distinguere tra steli secchi e steli verdi: se lo stelo sfiorito comincia a seccare, dalla cima alla base, c’è poco da fare, va tagliato. Non bisogna aspettare che secchi del tutto, se già la prima metà è seccata, meglio non perdere tempo. Il taglio va fatto il più vicino possibile al punto di uscita dal fusto, lasciando però almeno un nodo (2 nodi, se il primo è praticamente adiacente al fusto). I nodi sono quelle intaccature che sembrano dividere ad intervalli regolari gli steli. Tagliando in questo modo daremo alla nostra Orchidea due alternative: a) produrre un nuovo stelo a partire dal nodo dello stello cimato; b) far spuntare un nuovo stelo direttamente dal fusto.

Il taglio di uno stelo di Orchidea: una questione di stile

Non è detto che gli steli sfioriti vadano tagliati. Eh già, se gli steli, dopo aver perso i fiori, rimangono verdi, avete molteplici possibilità! Potete:

  • Lasciare gli steli così come sono: ricominceranno a fiorire a partire dalla punta
  • Tagliare gli steli ad un’altezza a piacere, poco al di sopra di uno specifico nodo: una nuova ramificazione con fiori spunterà da uno de nodi sottostanti il taglio
  • Tagliare gli steli alla base, come descritto nel paragrafo precedente.

Naturalmente, se avete la fortuna di avere un’Orchidea a 2 o più steli, potete sbizzarrirvi e tagliare a vostro piacimento, magari provando tutte e 3 le modalità. È solo una questione di gusto estetico, niente di più.

“Fatta la cimatura degli steli sfioriti, quindi, la mia Orchidea rifiorirà!” No, non basta, c’è bisogno che una serie di altre cose siano a posto, e non sto parlando di congiunzioni astrali. Vediamo di che si tratta.

Rinvaso sì o rinvaso no?

Le nuove radici delle Orchidee, a differenza di quanto avviene per la maggior parte delle piante che abbiamo nelle nostre case, spuntano fuori dal fusto che, in genere, è al di sopra del terriccio. Vedere spuntare una nuova radice di Orchidea è sempre emozionante, il suo colore verde acqua è il simbolo della salute. Le stesse radici all’interno del vaso costituiscono l’elemento in base al quale decidere se un’Orchidea ha bisogno di acqua o no (9,9 volte su 10 le Orchidee sono coltivate in vasi trasparenti). Capire quindi se un’Orchidea ha bisogno di un rinvaso è molto più facile rispetto a tante altre piante. Quando cominciano ad essercene tante di più rispetto al substrato (rapporto 60-70% radici, 30% substrato), allora occorre fare un rinvaso. Altrimenti, statene certe/i, sarà molto dura mantenere costantemente umide le radici e quindi assistere ad una nuova fioritura. Giusto un paio di raccomandazioni: fate il rinvaso solo se la vostra Orchidea non è in fase di fioritura, lo stress potrebbe interromperla; utilizzate solo un misto di fibra, chips di cocco e bark (qui un approfondimento sui vari elementi), diffidate da sedicenti “terricci per orchidee” che contengono torba o addirittura una percentuale di terriccio. Questi ultimi sono il modo migliore per far marcire le radici di un’Orchidea.

L’importanza delle foglie

La nascita di nuove foglie di Orchidea non sarà di certo un evento così emozionante, ma è pur sempre fondamentale. Ricordate che radici sane e, soprattutto, tante foglie disponibili, aumentano le possibilità che la vostra Orchidea rifiorisca. Più foglie significa più fotosintesi e averne almeno 4-5 al loro posto è di fondamentale importanza per la produzione dell’energia necessaria per un processo così impegnativo come è la fioritura. Quindi preservatele e ripulitele spesso dalla polvere con un panno umido.

Luce diretta o finestra a nord?

Quante volte avete visto Orchidee posizionate davanti a finestre dove però non arriva sole diretto? Trattasi di finestre esposte a Nord, grado più grado meno, che quindi forniscono la giusta combinazione di luce/temperatura utile al mantenimento della fioritura. Già, questo in primavera/estate. Ma in autunno o, peggio ancora in inverno? La luce autunno-invernale è, lo sappiamo, meno intensa (il sole è più lontano dal nostro emisfero), e la quantità di ore luce giornaliera è decisamente limitata. La vicinanza ad una finestra esposta a nord, potrebbe non bastare a fornire i fotoni sufficienti a far rifiorire la vostra Orchidea. Se necessario, quindi, spostatela già a novembre/dicembre, in stanze meglio esposte, dove entra per qualche ora luce diretta. Nel caso i raggi solari dovessero toccare per qualche ora l’Orchidea, non sarebbe un problema; come detto, il sole invernale non scotta. Quando vedrete spuntare e crescere un nuovo stelo voglioso di fiorire, capirete che avete fatto la mossa giusta.

Temperatura e umidità

Dando per scontato che sappiate che le Orchidee non devono essere esposte a correnti d’aria fredda, né posizionate vicino ai caloriferi, è importante che la temperatura non scenda mai al di sotto dei 16 gradi. L’umidità è fondamentale, ma solo all’interno del vaso (le Orchidee non vanno mai nebulizzate, si rischiano pericolosissimi ristagni d’acqua tra le ascelle foliari). La bagnatura, neanche a dirlo, va fatta solo per sub-irrigazione (30 minuti circa), mai dall’alto.

Conclusioni

Lo avete capito, l’Orchidea va trattata come tutte le altre piante; e cioè la fioritura va considerata come un processo extra, bellissimo sì, molto duraturo, ma pur sempre extra. Le Orchidee funzionano se hanno la giusta luce, se le radici sono sane, areate e idratate. Concentratevi su questi semplici aspetti e vedrete che la fioritura sarà una normale conseguenza.


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Grow Lights: come scegliere quelle giuste

Grow Lights: come scegliere quelle giuste

Di Massimo Tortorici | Pubblicato in Caffè Tropicale il 14 – Aggiornato il 4 Mar

Piccola guida per capire meglio cosa sono le grow lights, quando utilizzarle e quali parametri guardare per scegliere quelle giuste.

Quante volte, dopo un’estate in cui le vostre Alocasia sono esplose di tante nuove foglie, vi siete ritrovate/i a piangere ogni singola foglia che ingialliva e veniva giù. Quante volte avete maledetto voi stesse/i per aver innaffiato senza attenzione la vostra Monstera, causando quelle orribili macchie marroni sulle foglie costruite con tanta pazienza? O anche solo quanto avete lottato contro la depressione provocata dal vedere le vostre piante super-attive andare in riposo vegetativo per mesi interi? Questo articolo è per voi! Parleremo delle ormai famosissime “Grow Lights”, spiegheremo perché queste sono il miglior alleato per trascorrere un inverno sereno insieme alle nostre piante coltivate indoor, e soprattutto, capiremo quali aspetti considerare prima di procedere ad un eventuale acquisto.

Perchè acquistare una o più grow lights

Prima di addentrarci negli aspetti tecnici utili per comprendere come funzionano le grow lights, cerchiamo di capire in quali casi queste possono essere utili.
Le grow lights altro non sono che “simulatori del sole” o meglio, fonti di luce artificiale che simulano perfettamente quella naturale. Possono quindi essere utili in due diverse situazioni:

  • avete un angolo di casa abbastanza buio e volete comunque collocarci una pianta che secondo voi ci sta da Dio (le piante finte non sono una possibilità accettabile)
  • il drastico e inesorabile calo invernale delle ore di luce naturale (e dell’intensità di questa luce) vi terrorizza o semplicemente vi siete stufati di vedere le mie piante ferme per mesi e mesi.

In entrambi i casi le grow lights possono fare al vostro caso. Vediamo quindi cosa sono, come utilizzarle al meglio e quali fattori considerare prima dell’acquisto.

Non semplici lampade a led

E già. Se pensate che le Grow Lights siano semplici lampade al led, magari più potenti delle solite, vi sbagliate. Se pensate anche che una grow light debba essere necessariamente blu o violetta o rossa, anche qui siete fuori strada. Le Grow Lights sono, traducendo in italiano, “luci artificiali per (la crescita delle) piante”. Ciò che le rende speciali e diverse rispetto alle classiche lampadine a led, è la frequenza emessa. Una frequenza specifica, che spazia dai 400 agli 800 nano-metri (Nm) che non fa altro che simulare la luce solare. Impiegate da anni per coltivazione indoor a scopi professionali, negli ultimi anni le grow lights hanno subito diverse evoluzioni, diventando di recente un articolo estremamente interessante anche per i semplici hobbysti/plantlovers. L’innovazione principale consiste nell’impiego di luce bianca, o meglio, luce che dal nostro occhio viene percepita come bianca. Queste grow lights evolute vengono chiamate “Luci a spettro completo” e sono quelle su cui ci concentreremo in questo articolo.

Quante ore al giorno vanno utilizzate?

Arrivati a questo punto, vi è chiaro che le Grow Lights possono aggiungersi o, nei casi più estremi, sostituirsi alla luce naturale. L’unica regola aurea da seguire, per capire quando e per quante ore tenerle accese, è quella delle ore minime e massime di luce presenti dal 21 marzo al 21 settembre. Detto in altri termini, si va da un minimo di 12 ore, ad un massimo di 16 ore di luce al giorno. Nella stagione buona, è sempre meglio cercare di seguire il più possibile il naturale ritmo giorno/notte. Questo perché, per quanto buio possa essere un angolo, un po’ di luce arriverà sempre, ed è quindi meglio non scombussolare le vostre piante dando loro poca luce di giorno e luce forte (da grow light) durante la notte. Anche le nostre piante hanno bisogno di dormire per qualche ora!
Quindi, in primavera terrete accese le vostre grow light 12-13 ore al giorno, in estate 15-16. E dopo il 21 settembre? Beh, in autunno e in inverno, potete tararvi sulle 12 ore, come se foste all’equatore. Dopo tutto, la stra-grande maggioranza delle piante che abbiamo in casa vivono in natura nelle fasce tropicali ed equatoriale. 12 ore di luce sono più che sufficienti per far star bene le nostre piante e farle continuare a produrre tante belle foglie ad un ritmo discreto.

E la bolletta?

Potete dormire sonni tranquilli. Le Grow Lights in commercio si basano su tecnologia LED, quindi consumano davvero poco. Per capire quanto l’uso giornaliero può pesare sulla bolletta della luce possiamo fare un veloce e semplice esercizio.
Supponiamo di avere in casa grow lights per una potenza complessiva di 40W (in media la potenza che occorre per “foraggiare” di luce una zona di casa dove raggruppare ipoteticamente un po’ di piante). Il consumo al mese, ipotizzando di tenerle accese 12 ore al giorno, tutti i giorni è di:

Consumo mensile = (Watt x Ore / 1000) x 30

Quindi, nel nostro caso:

Consumo mensile = (40W x 12h / 1000) x 30=14,4 kW/h

Assumendo che abbiate un contratto di fornitura energia elettrica con prezzo variabile, considerato che il prezzo medio dell’energia da gennaio a dicembre 2025 è di circa 0,13€/kW/h, le nostre ipotetiche grow lights peserebbero sulla bolletta mensile per circa: 0,13 x 14,4= 2,87€ (+tutti gli altri costi, quindi spese trasporto, oneri sistema e tasse).

Non proprio un salasso.

Quali parametri considerare per la scelta delle giuste grow lights?

La prima caratteristica fondamentale che deve avere una grow light, lo avrete capito, è che sia “a spettro completo”. Quindi NO luci rosse, blu, viola; luce bianca va benissimo, illumina le piante di un colore gradevole e non infastidisce i nostri poveri occhi.

Il parametro principe, da verificare per capire qual è l’efficacia di una grow light, vale a dire quanto questa avrà il potere di far vivere e crescere sane le mie piante, è però uno solo: il PPFD. Acronimo di “Photosynthetic Photon Flux Density, il PPFD descrive la densità di fotoni utili alla fotosintesi che la grow light è in grado di fornire in un determinato istante su 1 metro quadro di superficie.
Molto semplicemente, più alto è questo numero, più la nostra grow light è potente.
ATTENZIONE: per confrontare grow light diverse, è importante verificare su quale distanza è espresso il PPFD: la potenza della grow light varia, naturalmente, in base alla distanza dalla pianta.
Facendo un esempio concreto, SANSI (di cui parleremo tra poco) esprime in chiaro un PPFD rapportato ad 1 “feet”, vale a dire circa 30 cm di distanza. Elho, altro marchio, esprime il suo PPFD rapportato su una distanza di 10 cm. Quindi se vogliamo confrontare i PPFD di una grow light SANSI con quelli di una grow Light ELHO, dobbiamo almeno moltiplicare per 3 il PPFD di SANSI. Man mano che riduciamo la distanza della lampada dalla pianta, infatti, il PPFD aumenta esponenzialmente (tenetelo a mente quando posizionate le vostre grow lights).

Altri fattori da considerare poi sono, sicuramente la qualità e affidabilità del marchio, il prezzo (ovviamente) e il design. Ora, ci sono lampade per tutti i gusti e di ogni prezzo, ma l’affidabilità di un marchio la potete sicuramente percepire dal fatto che l’informazione relativa al PPFD sia dichiarata in maniera trasparente. Un produttore di grow light che non fornisce in maniera chiara questo parametro non è un produttore affidabile, o comunque ha deciso di non puntare sul PPFD come elemento di forza da comunicare per il proprio prodotto.

Alcuni consigli, un marchio su tutti

Quando si parla di grow light, il marchio migliore in assoluto è SANSI. Azienda cinese fondata nel 1993, è leader in questo settore. Forse sul design possono migliorare, ma in termini di qualità, funzionalità e convenienza, non hanno eguali. Riportiamo un po’ di opzioni:

  • SANSI doppia a collo di cigno 20W: questa pratica grow light con bracci flessibili e orientabili, ciascuno con un bulbo da 10W è la soluzione ottimale per chi vuole illuminare dall’alto un gruppo di piante, senza comprare pezzi extra. L’unico aspetto da considerare è a cosa fissarla tramite la grande clip. PPFD: (distanza 30 cm) 195,82 mmol/s/㎡.
  • SANSI doppia per scaffali 10W: evoluzione della precedente, è la soluzione studiata per essere ancorata sulle pareti di scaffali e librerie, preservando l’aspetto estetico. Potenza più che dimezzata per la coppia di faretti, ma d’altra parte, per come sono fatti, capita spesso di posizionarli molto vicino alle piante da “trattare”. PPFD: (distanza 30cm) 48,98 mmol/s/㎡.
  • SANSI per vaso con timer integrato 10W: questa pratica ed elegante lampada con braccio e clip studiati per agganci ottimali a vasi di dimensioni medie e piccole, è perfetta per tutti i casi in cui non ci sia un appiglio (come invece nel caso dei due prodotti precedenti). PPFD: (distanza 15cm) 169,7 mmol/s/㎡.

Per tutti e tre i prodotti esistono modelli senza e con timer (questi ultimi costano un po’ di più). Se volete collegare più grow lights, il suggerimento è di prendere modelli senza timer incorporato, collegandoli tramite ciabatta ad un unico temporizzatore manuale, come ad esempio questo.

Queste sono soluzioni “chiavi in mano”, ma se non vi piacciono esteticamente e volete qualcosa di diverso, potete sempre montare i faretti SANSI su un supporto a vostro piacimento. Ad esempio, se volete usare una piantana grande che illumini un intero scaffale, potete sceglierne una qualunque (con attacco E27) di vostro gusto e montarci sopra un faretto bello potente, che funzioni bene anche se tenuto ad una certa distanza, come il SANSI LED 36W. PPFD: (distanza 30cm 268 mmol/s/㎡. Certo, considerato che i bulbi sono fatti per dissipare il calore creato all’interno tramite le numerose feritoie laterai, è preferibile scegliere un supporto che permetta questo processo.

Altri marchi da prendere in considerazione

Esistono poi numerosi brand, ma spesso e volentieri il costo è superiore e la resa decisamente inferiore, posto un PPFD basso. Vale la pena citare un prodotto di Elho, ELHO Light Garden. Studiato per la coltivazione di erbe aromatiche o comunque piante di altezza/larghezza contenute, questo prodotto di indiscusso valore estetico risulta molto comodo anche per la bagnatura delle piante per sub-irrigazione, grazie al comodo piattino integrato. La potenza, dicevamo, è bassina: PPFD (distanza 10cm) è di 120mmol/s/㎡, ma per come è fatto il prodotto è facile sfruttarla tutta, vista la distanza minima dalle piante “trattate”.

Considerazioni Finali

Insomma, come spesso accade nel fantastico mondo delle piante da interno, anche per le grow lights, in giro è pieno di insidie e di falsi miti, a volte anche a causa di influencer o “esperti” che raccomandano prodotti apparentemente infallibili. L’auspicio è che con questo articolo abbiate ora le idee più chiare su perché usare delle grow lights e su come scegliere quelle giuste. Ora andate, e growlightizzatevi tutti/e!


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